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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona he faceva miracoli come Padre Pio

lunedì 4 luglio 2011

L'uomo e la morte

Nell’uomo d'oggi non solo manca la consapevolezza della morte, ma anche delle cose ultime, di ciò che accadrà dopo l’ultimo respiro. Molti studiosi affermano che l’umanità rifiuta l’idea dell’inferno e gli è persino scomoda quella del paradiso.[1] Ma qual’è la ragione di tanta indifferenza nei confronti di un tema che tocca la cosa più importante che esista: il nostro futuro eterno?
G. Greshake in una dotta disquisizione sulla morte afferma che “se l’uomo nel suo processo vitale è sempre materia e spirito, necessità e libertà, natura e persona…significa che la morte non può essere solo un fatto distruttivo dall’esterno” (Per una teologia del morire, pag.105, Il morire come tema di prassi ecclesiale – Concilium 4/1974. Queriniana Brescia).
Greshake cita il pensiero di Ranner e di Boros che sostengono un dinamico realizzarsi dall’interno della morte, “un attivo portarsi a compimento (Ivi, pag.105). Il noto teologo afferma che il momento della morte esige dall’uomo “l’ultima e più alta prestazione della su libertà, in forza della quale, egli accetta la morte come compimento nel mistero di Dio oppure, in un ultimo atto di protesta, si attacca a se stesso. Così la morte è l’atto più alto dell’uomo in cui egli, in libertà, realizza totalmente il suo essere” (Ivi, pag.105).
Non la pensa diversamente Boros che vede nella morte il “…primo atto completamente personale dell’uomo; perciò essa è il luogo essenzialmente privilegiato del prender coscienza, della libertà, dell’incontro con Dio e della decisione sul destino eterno (Ivi, pag. 105).
Greshake sottolinea un altro punto essenziale del pensiero dei due teologi quando scrive che “l’atto della morte è perciò pienamente personale e assolutamente libero perché esso avviene nel momento della separazione tra anima e corpo e così lo spirito, liberato dai vincoli della materialità e della temporalità, è interiormente tutto se stesso, “in una presenza integrale dell’essere” (Ivi, pag.105)”.

Stralcio da "La vita del mondo che verrà" di Beppe Amico



[1] Notoria l’affermazione di un pensatore moderno, John Milton, che diceva: “meglio regnare all’inferno che servire in Paradiso”.

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