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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

sabato 30 luglio 2011

Le visioni di Santa Metilde

Desideriamo proporvi in questo post, uno stralcio delle visioni di Santa Metilde, vissuta tra la metà e la fine del XIII secolo. Non se ne conosce molto la storia e le rivelazioni particolari se non per un testo dal titolo "Il libro della grazia speciale"stampato negli anni '30 e provvisto di Imprimatur.
In questo spaccato vi proponiamo il contenuto di alcune sue visioni. Buona lettura.

 LIBRO PRIMO

VISIONI NELLE FESTE DEL SIGNORE, DELLA SS. VERGINE E DEI SANTI
  
CAPITOLO I

NELLA FESTA DELL'ANNUNCIAZIONE
DELLA BEATA MARIA VERGINE

Nella festa dell'Annunciazione, quella Vergine di Cristo, mentre nella orazione ricordava con grande amarezza i suoi peccati, vide sé stessa tutta coperta di cenci come di un mantello, e le vennero in mente queste parole: E la giustizia sarà cingolo dei tuoi reni (Isa. XI, 5). Si mise a pensare cosa farebbe mai quando il Dio di Maestà, cinto di giustizia, le sarebbe comparso nella sua divina Onnipotenza per domandarle conto delle Sue negligenze. Quanto più l'uomo è santo davanti a Dio, tanto più si reputa vile ed inferiore a tutti; quanto più nella sua coscienza è mondo dal peccato, tanto più teme e paventa di incorrere nella disgrazia del suo Dio.
Penetrata da tale vivissima contrizione, Metilde vide il Signore Gesù seduto sopra un altissimo trono, in atteggiamento di ineffabile dolcezza. A questa vista la cenere di cui era coperta scomparve, ed ella si trovò davanti al suo Signore, rivestita di uno splendore lucente come oro. Riconobbe allora che la vita santissima e le opere perfettissime di Cristo avevano supplito a tutto il bene che essa aveva trascurato e che tutta la sua imperfezione era stata riparata dalla sublime perfezione del Figlio di Dio.
Quando Dio lascia riposare sopra un'anima lo sguardo della sua misericordia e si china verso quella per averne pietà, tutte le colpe di lei vengono gettate in un eterno oblio.
Ricevuto così il prezioso dono della remissione di tutti i suoi peccati, Metilde, pienamente rassicurata, tutta accesa di santo ardore, si mise a riposare in seno al suo diletto Gesù, moltiplicando le testimonianze di, affetto per il suo Signore e scambiando con Lui parole di ineffabile tenerezza.

***

Allora ella vide uscire dal Cuore del signore uno strumento di musica di cui si servì per celebrare le lodi di Dio; pregandolo pure che volesse Lui medesimo essere a sé stesso la propria lode. E subito udì la voce del suo amato Gesù che cantava quest'antifona: Laudem dicite Deo nostro omnes Sancti ejus; Date lode al nostro Dio, voi tutti, suoi Santi (Apoc., XIX, 5). Meravigliandosi ella che il Signore cantasse queste parole, le venne divinamente ispirato che in questa parola: Laudem, Lode, Dio loda sé stesso in sé medesimo senza fine, con lode perfetta. In quell'altra: Dicite, Dite, conobbe che Dio, dal tesoro della sua divina potenza, dona all'anima il potere d'invitare tutte le creature del cielo e della terra a lodare il loro Creatore. Nelle parole: Deo nostro, Al nostro Dio, intese come il Figlio, in quanto uomo, onori e riverisca il Padre che Egli chiama Mio Dio e vostro Dio (Joan., XX, 19). Infine, in quelle parole Omnes sancti ejus, Tutti i suoi santi, conobbe che tutti i Santi in cielo e su la terra, sono santificati da Gesù Cristo sommo Santificatore.
Quella pia vergine vide pure la Madre di Dio alla destra del Figlio suo, ornata di una lunga cintura d'oro da cui pendevano cembali di oro lucentissimo. La Vergine Santissima percorreva tutti gli ordini angelici ed il coro dei Santi, i quali toccando quei cembali ne traevano armoniosi suoni. In tal modo tutti lodavano Dio per Metilde per i doni e per le grazie che la Maestà di Dio le aveva così largamente conferite ed ella pure, con tutte le sue forze, ne benediva il Signore con loro.
Il Signore avendo chiamato Metilde vicino a sé, posò le sue divine mani su le mani di quella sua sposa, donandole tutte le fatiche e tutte le opere della sua santa Umanità. Poi applicò i suoi propri occhi dolcissimi su gli occhi della sua diletta, donandole così il merito dei suoi santissimi sguardi e delle copiose lagrime versate nel corso della sua vita mortale. Applicò pure le sue divine orecchie alle orecchie di essa, donandole il merito del suo udito. Imprimendo le sue labbra vermiglie su la bocca di lei, le fece dono di tutte le sue parole di lode, di azione di grazie, di preghiera e persino di quelle dei suoi discorsi pubblici, in supplemento delle negligenze da lei commesse. Infine il Signore unì il suo dolcissimo Cuore al cuore della sua diletta, e in tal modo le donò il frutto di tutto il suo esercizio di meditazione, di divozione e di amore, arricchendola in grande abbondanza di tutti i suoi propri beni.
A questo modo, quell'anima, tutt'intera incorporata con Gesù Cristo e, tutta liquefatta nel divino amore come cera nel fuoco, ricevette il sigillo della divina somiglianza e divenne col suo Diletto una medesima cosa.
Mentre nella messa si leggeva il vangelo, Missus est, Metilde vide l'Arcangelo Gabriele che sollecito scendeva in Nazaret verso la Beatissima Vergine, portando il vessillo regio coperto di lettere d'oro. Una innumerabile moltitudine di angeli lo seguiva e tutti ordinatamente si fermarono intorno alla casa dove stava la gloriosa Vergine. Dopo gli Angeli, venivano gli Arcangeli, poi le Virtù e così tutti i cori angelici, disposti in modo che ciascun ordine formava come un muro dalla terra al cielo intorno a quella casa benedetta.
Comparve infine il Signor Gesù, più bello di tutti i figli degli uomini, uscendo come lo Sposo dalla camera nuziale, circondato dagli ardenti Serafini che sono gli spiriti più vicini alla Divinità. Tutta la corte celeste circondava il Signore e la Beata Vergine, come di un muro che si innalzava dalla terra sino alla volta dei cieli.
Intanto il Signore, in piedi presso il vessillo dell'Arcangelo, sotto la forma di un fidanzato nel fiore di brillante giovinezza, aspettava in silenzio che l'Arcangelo avesse rispettosamente presentato alla Vergine il suo messaggio.
Quando la Beata Maria, dal profondo abisso della sua umiltà ebbe dato questa risposta: Ecco l'Ancella del Signore, mi sia fatto secondo la vostra parola, d'un tratto lo Spirito Santo, sotto la forma di una colomba, con le ali spiegate della divina dolcezza, entrò nell'anima della Beata Vergine, coprendola della sua ombra e rendendola feconda per generare il Figlio di Dio.
Divina maraviglia operata dallo Spirito Santo! Benché carica del prezioso tesoro per cui era madre, Maria conservò intatto quell'altro tesoro per il quale chiamasi Vergine.
È così la Vergine Immacolata fu fatta Madre di Dio-Uomo; e lo Spirito Santo fu l'unico testimonio di quest'opera a Lui tutta propria.

 * * *

Giunta l'ora del regale banchetto in cui la Santa doveva ricevere il Diletto dell'anima sua comunicandosi col sacramento del corpo e del sangue di Cristo, ella sentì queste parole: Tu in me, o Sposa mia, ed io in te; e in eterno non ti abbandonerò mai.
Ma essa altro non desiderava che di lodare Iddio; perciò il Signore le donò il suo Cuore Divino sotto il simbolo d'una coppa d'oro meravigliosamente ornata, dicendole: “Con questo mio divin Cuore tu sempre mi loderai. Va dunque ad offrire a tutti i Santi il liquore di vita che si contiene nel mio Cuore, affinché ne siano felicemente inebriati”.
Metilde subito si avvicinò agli Angeli e presentò loro il calice della salvezza; gli Angeli non bevettero, ma nondimeno ne restarono saziati.
Dopo, la Santa offrì la coppa ai Patriarchi ed ai Profeti: “Ricevete, disse, Colui che tanto avete desiderato ed aspettato per sì lungo tempo; fate che io pure con tutta la mia forza, giorno e notte, lo brami, lo desideri e per Lui sospiri”.
Agli Apostoli presentò pure la preziosa coppa dicendo: “Ricevete Colui che avete amato con tanto ardore e fate che l'ami anche io sopra ogni cosa e dal più profondo del mio cuore”.
Poi ella si rivolse ai Martiri dicendo: “Ecco Colui per amor del quale avete versato il vostro sangue ed abbandonato il vostro corpo; alla morte; ottenetemi ch'io spenda tutte le mie forze nel servirlo”;
In seguito, Metilde si accostò ai Confessori: “Ricevete ancor voi, disse loro, Colui per il quale tutto avete sacrificato disprezzando le delizie di questo mondo, fate ch'io pure disprezzi per Lui i beni terreni e salga verso le cime d'ella religiosa perfezione”.
Infine con grande letizia si portò verso le Vergini e disse loro: “Ricevete la celeste bevanda del divin Cuore di Colui al quale avete consacrata la vostra verginità; fate ch'io perseveri nella castità dell'anima, e del corpo e ottenetemi in ogni cosa un perfetto trionfo”.
Nel coro delle Vergini Metilde ne scorse una che da poco tempo era defunta.
Si riconobbero perché su la terra avevano vissuto in una stretta e vicendevole familiarità, ed ella le domandò se ogni cosa lassù fosse davvero come aveva detto mentre era ancora vivente quaggiù. “In verità, rispose la vergine defunta, tutto è perfettamente come dicevo, ma ora ho trovato il centuplo di quanto mi era stato detto su la terra”.
Dopo aver fatto il giro della intera Corte celeste, Metilde ritornò presso il Signore e gli riconsegnò la coppa d'oro. Egli prese questa coppa e la depose nel cuore della sua diletta, la quale si trovò in tal modo col suo Dio felicemente unita.


Buone vacanze a tutti dal Webmaster

A tutti i lettori e amici del nostro blog auguriamo BUONE VACANZE. 

Che questi giorni di riposo possano rigenerare tutti voi nel corpo e nello spirito affinchè torniate alle vostre occupazioni ristorati e pronti ad un nuovo anno.
Che le benedizioni di Gesù e Maria scendano su tutti noi.

lunedì 18 luglio 2011

Catechesi per i giovani

Il celebre astronomo tedesco J. Kepler disse una volta: “Se una stella deviasse dalla sua orbita, tutto l’universo andrebbe in rovina”. Così è l’anima che si allontana dalla fede.
Iddio che ha voluto nell’universo queste meravigliose armonie, ha pure destinato, alla creatura più nobile uscita dalle sue mani, una legge superiore e santa: la legge morale.
Perduta la fede in Dio è dunque compromessa anche la vita morale.
Non dire, oh giovane: “Beato colui che a Dio non crede, perché è libero e padrone di sé”.
No, l’aver ricevuta da Dio una legge morale da seguire non costituisce un tormento, né deve farti perdere la gioia di vivere. Dio ti ha dato la sua legge per aiutarti a vivere bene; non è a Lui che tornano di vantaggio i comandamenti, ma a te, che, osservandoli, potrai raggiungere la tua eterna felicità. 

I Dieci Comandamenti di Dio sono le basi essenziali della vita sociale.
Tu devi pregare solo il vero Dio, ordina il primo comandamento.
Sono vive nella nostra memoria le scene dell’idolatria ed i quadri raccapriccianti dei sacrifici umani.
Serse fece sotterrare vivi nove fanciulli e nove fanciulle, prima della spedizione contro la Grecia, per propiziarsi gli dei. In quali tenebre spirituali ci troveremmo senza il primo comandamento!

Il secondo comandamento rinforza la fede umana, l’amore della verità e consacra la santità del giuramento. Il terzo assicura al corpo il periodico riposo di cui ha bisogno ogni organismo. Il quarto protegge l’autorità della famiglia e dello Stato, e getta le basi di ogni società... Il quinto protegge la vita dell’uomo.
E pensare che, ancor oggi, ci sono madri che giungono ad abbandonare o addirittura a far morire i propri figli!
Chi protegge gli individui e le generazioni dal morso avvelenato del piacere sensuale? Il sesto e nono comandamento.
Chi custodisce il tuo legittimo possesso? Il settimo e il decimo. Chi protegge te e la società umana dalla menzogna? L’ottavo.
Come vedi, i dieci comandamenti sono un bene prezioso, un vantaggio ed una benedizione per l’umanità.

Come sarebbe trasformata ed elevata questa povera vita umana, se gli uomini seguissero seriamente i Dieci Comandamenti! Prigioni e polizia sarebbero inutili, non ci sarebbero tanti infermi negli ospedali, né tante famiglie scompigliate. Non più diffidenza e sospetti. Nessuna felicità sarebbe perseguita a scapito dell’onestà, non più gioventù mal guidata; non genitori infedeli... Oh Dio, come sarebbe diverso il mondo se gli uomini veramente servissero Te, che sei il loro Signore. 
Ma non divaghiamo: tu, oh mio buon amico, non potrai certamente cambiare il mondo, ma potrai dal canto tuo rispettare fedelmente la legge di Dio, assicurandoti così l’eterna felicità.

E che avverrà a quelli che negano Dio e si sottraggono alla sua legge? Che ne sarà di essi?
Ascoltami!

Brano tratto da: Toth Tihamer - "La Religiosità del giovane" edito da Istituto del Verbo Incarnato Provincia Madonna di Loreto. 
Ebook scaricabile gratis dal sito www.http://www.totustuus.it/modules.php?name=Libri_Gratis

lunedì 4 luglio 2011

L'uomo e la morte

Nell’uomo d'oggi non solo manca la consapevolezza della morte, ma anche delle cose ultime, di ciò che accadrà dopo l’ultimo respiro. Molti studiosi affermano che l’umanità rifiuta l’idea dell’inferno e gli è persino scomoda quella del paradiso.[1] Ma qual’è la ragione di tanta indifferenza nei confronti di un tema che tocca la cosa più importante che esista: il nostro futuro eterno?
G. Greshake in una dotta disquisizione sulla morte afferma che “se l’uomo nel suo processo vitale è sempre materia e spirito, necessità e libertà, natura e persona…significa che la morte non può essere solo un fatto distruttivo dall’esterno” (Per una teologia del morire, pag.105, Il morire come tema di prassi ecclesiale – Concilium 4/1974. Queriniana Brescia).
Greshake cita il pensiero di Ranner e di Boros che sostengono un dinamico realizzarsi dall’interno della morte, “un attivo portarsi a compimento (Ivi, pag.105). Il noto teologo afferma che il momento della morte esige dall’uomo “l’ultima e più alta prestazione della su libertà, in forza della quale, egli accetta la morte come compimento nel mistero di Dio oppure, in un ultimo atto di protesta, si attacca a se stesso. Così la morte è l’atto più alto dell’uomo in cui egli, in libertà, realizza totalmente il suo essere” (Ivi, pag.105).
Non la pensa diversamente Boros che vede nella morte il “…primo atto completamente personale dell’uomo; perciò essa è il luogo essenzialmente privilegiato del prender coscienza, della libertà, dell’incontro con Dio e della decisione sul destino eterno (Ivi, pag. 105).
Greshake sottolinea un altro punto essenziale del pensiero dei due teologi quando scrive che “l’atto della morte è perciò pienamente personale e assolutamente libero perché esso avviene nel momento della separazione tra anima e corpo e così lo spirito, liberato dai vincoli della materialità e della temporalità, è interiormente tutto se stesso, “in una presenza integrale dell’essere” (Ivi, pag.105)”.

Stralcio da "La vita del mondo che verrà" di Beppe Amico



[1] Notoria l’affermazione di un pensatore moderno, John Milton, che diceva: “meglio regnare all’inferno che servire in Paradiso”.

LA SACRA BIBBIA INTERATTIVA

LA SACRA BIBBIA INTERATTIVA
La versione CEI