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domenica 6 marzo 2011

Estratto di "Lettera a Gesù - un grido verso il cielo"


Carissimo Gesù, chi ti scrive è un uomo qualsiasi, uno come tanti, che ti ha sempre, prima di tutto, considerato un amico fidato, uno al quale poter confidare il suo dolore e la sua sofferenza.  Sai bene che Ti ho sempre visto come un fratello sul quale poter contare nei momenti difficili della vita, prima del Dio grande ed inaccessibile che lo giudicherà delle sue azioni buone e malvagie. Ma per me non era ancora arrivato il tempo della grazia e a causa delle mie smodate passioni non potevo ricevere alcunchè di buono dal rapporto confidenziale con così tanto Bene.
Quando mi comportavo da pagano ero solo un uomo che viveva le battaglie e le tempeste della sua esistenza nello stesso modo in cui le hanno vissute e sofferte tanti altri prima di me. E’ per questo che desideravo farmi portavoce anche di tutti quelli che ogni giorno combattono una dura battaglia e che non sanno come dirti il loro rammarico e la loro desolazione per una vita che non sentono come un dono, ma come un peso spesso insostenibile e che li rende infelici. Volevo comunicarti le loro e le mie ansie e preoccupazioni, nella speranza di trovare in Te e nei tuoi insegnamenti un po' di pace e conforto dalle tormentate traversie della vita[1].
Ma sbagliavo, perché non avevo compreso che in quel momento stavo usando Dio solo per soddisfare le mie necessità e non ero pronto ad offrirgli qualcosa in cambio.
Nel pieno del mio coinvolgimento nelle passioni mondane, mentre conducevo una vita piena di dissolutezze, ti scrissi che già da un po’ osservavo con attenzione il mondo degli uomini ed ero giunto alla conclusione che la felicità è qualcosa di astratto ed impalpabile; aggiunsi che invece era la tristezza, la sfiducia, il disgusto, l’apatia, l’indifferenza, i sentimenti che pervadevano la maggior parte dell’umanità. Mi chiedevo il motivo di tanta contraddizione e di un così profondo contrasto[2]. Osservavo che nessuno aveva la risposta a queste domande e che – brutto a dirsi - ognuno è solo con se stesso e con i suoi problemi.
Osservavo il mondo e la gente che lo popola e non riconoscevo in loro qualcosa che mi appartenesse, che potesse in qualche modo consolarmi o darmi la speranza che c’era ancora qualcosa in cui sperare e molto da fare per costruire quella che Madre Teresa chiamava la “città dell’amore”.
Constatavo che rispetto al passato tante cose erano cambiate, ma questo mondo secolarizzato con il suo tecnicismo e il suo progresso, invece di semplificare e rendere meno amara la nostra esistenza non aveva fatto che complicarla ancora di più.
In un momento di maggiore desolazione affermai che alla maggior parte di noi la vita cominciava a stare stretta già dall'adolescenza e che poche persone potevano dirsi soddisfatte ed appagate.
I miei ragionamenti erano vani nel constatare le miserie del mondo, perché in fin dei conti non ero pronto a contribuire al progresso e alla felicità della gente. Ero concentrato solo sui miei problemi e raccontandoti i malesseri del mondo ti indicavo i anche i miei.
Certo, noi non possiamo biasimare un giovane studente che nell'impatto col mondo si sente perso e disorientato perchè non ha ricevuto un'educazione improntata a valori forti e a modelli di vita che riescano a realizzarlo nelle sue aspirazioni più profonde e che proprio per questo motivo si isola, perchè si sente escluso, abbandonato, emarginato da una società che non può soccorrerlo nei suoi bisogni primari[3]
Tu sai bene che più spesso di quanto sembri dietro un’apparente scorza dura ci sono cuori che vorrebbero palpitare d’amore, ma che non ci riescono perchè nessuno ha insegnato loro ad amare.
Carissimo Gesù, a quei tempi mi perdevo in ragionamenti complicati e non sfrondavo ciò che è superfluo.  Non capivo che l’impegno che profondiamo nelle nostre attività quotidiane invece che distoglierci dalle virtù e dall’amore, avrebbe dovuto acuire le nostre capacità di amare. E invece, ti dicevo che il nostro modo di amare non genera frutti soddisfacenti perché oltre ad essere paralizzati dalle nostre insicurezze, questo amore è inficiato da mille condizonamenti e dalla spinta delle passioni.
Tu hai gridato: “Non abbiate paura, io sono con voi ogni giorno fino alla fine dei tempi”; come potevo comprendere che Tu realmente ci avresti fatto da scudo agli urti della vita e offerto riparo nelle tempeste del nostro animo inquieto?
A quei tempi non facevo altro che giustificare le mie debolezze, confessandoti che non solo avevo molta paura, ma ero anche pervaso da tante fragilità che mi impedivano di vincere le passioni, crescere nelle virtù e incamminarmi sulla via della verità. 
Troppo spesso insistevo con assurdi pretesti pur di destare in Te una qualche reazione. Un giorno ti dissi che sentivo dalla gente frasi del tipo: “Se debbo fare un bilancio della mia vita, direi che le cose non stanno andando come avrei sperato”.
Certo, di questo non possono certo incolpare te, mio caro Gesù, so benissimo che l’uomo raccoglie solo ciò che semina e se c’è tanta insoddisfazione in noi è perché, parimenti, c’è anche tanta mediocrità.
Intendiamoci, non voglio qui mettere in dubbio l’opera di tanti uomini impegnati in cause di bene, in attività pro-bono; io mi riferisco alla superficialità di altri e al loro pressappochismo in temi di grande importanza sociale, etica, morale e spirituale. Tanti infatti si fermano solo alle apparenze e non approfondiscono come dovrebbero[4].
Chi potrà quindi aiutarci mio caro Gesù?
Tu sai benissimo come l’uomo sia fallace e incapace di mantenere le promesse. Tutti noi le abbiamo disattese molte volte e forse anche per questo raccogliamo solo amare delusioni.
Noi ci illudiamo di poter contare  sull’aiuto e il conforto degli uomini, ma troppo tardi ci accorgiamo che, salvo casi sporadici, non raccogliamo da loro nulla, se non diffidenza e ingratitudine.
Più di ogni altra cosa fa male il tradimento da parte degli amici più cari, delle persone più vicine. Tutti noi l’abbiamo sperimentato ed ogni volta l’impressione è quella di una grande lacerazione.
Il dolore di queste ferite si insinua nel profondo oltre ogni umano pensare.


[1] E' necessario che chiarisca subito che non desidero parlare a nome di nessuno, se non nel mio ed eventualmente di coloro che si riconoscono in ciò che scrivo. Sono ben lontano dall’intenzione di strumentalizzare il pensiero o i sentimenti spirituali altrui. Chi non desidera essere latore di questa lettera, si escluda pure senza problema. Nessuno si offenderà. Il bene è qualcosa che mi stà troppo a cuore per rischiare, con questo scritto. di comprometterlo.  
[2] In realtà lo stupore e il tono può apparire eccessivo ed ingiustificato perchè ogni epoca umana è stata contraddistinta da scandali e conflitti, da profonde insoddisfazioni umane e da terribili tragedie. 
[3] Indicativa la campagna di affissioni apparsa in molte città italiane in cui campeggiava l’immagine di un giovane adolescente con una scritta fra le mani: “Ho fame di affetto”.
[4] L’esercizio della volontà è un sacrificio assai doloroso, è vero. Ma se vogliamo veramente conoscere l’altro, comprendere le sue esigenze, è uno sforzo che dovremmo fare.

Fonte: Beppe Amico - "Lettera a Gesù - un grido verso il cielo"
pagg. 10-15, Lulu Enterprise. 

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