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lunedì 10 gennaio 2011

Pregiudizi sulla morte

In questo post voglio proporvi una parte dell'inchiesta contenuta nel mio libro "La vita del mondo che verrà" disponibile sul sito di Lulu in versione ebook e a copertina morbida.


Allora scrivevo che " i pregiudizi sulla morte sono tanti, nessuno guarda ad essa con la serenità necessaria per compiere l’ultimo viaggio terreno. La maggior parte degli uomini non crede ad una vita dopo la morte, ecco perchè essa è vista con sospetto e diffidenza.
Il terrore di dover compiere questo viaggio da soli angoscia l’uomo al punto tale che è preferibile seppellire quel ricordo, non pensarci mai.
Eppure la morte è sempre in agguato: malattie, armi nucleari, conflitti di ogni tipo nel mondo, catastrofi naturali, terremoti, “l’apocalisse - dice Messori - è oggi una fondata ipotesi scientifica, non solo una prospettiva religiosa”(Scommessa sulla morte, op.cit.pag.39). 

La vita terrena, per gli uomini d’oggi, come per quelli di ieri, è piena di sofferenza e tribolazione, a che serve - argomenta qualcuno - pensare ad altre sofferenze, quelle della morte? Rispondiamo con un’altra domanda: “Se dopo la cessazione dei battiti del nostro cuore tutto sarà finito, a che sarà servita, a che prò la nostra sofferenza nel mondo?

Padre Livio Fanzaga afferma che l’uomo teme la morte perché “non si è fatta una lettura cristiana della morte” (Sguardo sull’eternità, Sugarco edizioni – pag. 45).  
Il Concilio Vaticano II° afferma che “l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini della miseria terrena…” e che la fede cristiana afferma che la morte “sarà vinta quando l’uomo sarà restituito allo stato perduto per il peccato, dall’onnipotenza e della misericordia del Salvatore” e conclude che tale vittoria è già stata conquistata da Gesù Cristo con il suo olocausto sulla croce (Concilio Vaticano II° IV, 18).
La fede si offre perciò con solidi argomenti a tutti coloro che desiderano riflettere su questo argomento dando una risposta alle ansietà e ai dubbi che attanagliano la vita dell’uomo.

Nel libro “Scomessa sulla morte” Messori afferma, citando lo studio dei morenti della Kubler Ross, che solo pochi di loro arrivano alla completa accettazione del loro stato. Questo perchè si nega ad essi la possibilità di parlare della morte. C’è da aver paura di questa realtà che pare estremamente dilagante. Vorrebbe dire che dopo la morte del corpo, il rischio sarebbe quello di andare incontro anche alla morte spirituale dell’anima. Nonostante siamo certi della Misericordia infinita di Dio, noi crediamo sia un problema urgente che servirebbe discutere più seriamente se è vero che è opportuno liberarsi di tutta la zavorra inutile in quei momenti estremi per compiere il passo decisivo verso il Sommo Bene.

Nell’uomo, al giorno d’oggi, non solo manca la consapevolezza della morte, ma anche delle cose ultime, di ciò che accadrà dopo l’ultimo respiro. In una società che nega il demonio e la sua influenza nel mondo non c’è da stupirsi di tanta superficialità. Molti studiosi affermano che l’uomo d’oggi rifiuta l’idea dell’inferno e gli è persino scomoda quella del paradiso.[1]
Ma qual’è la ragione di tanta indifferenza nei confronti di un tema che tocca la cosa più importante che esista: il nostro futuro eterno?
G. Greshake in una dotta disquisizione teologica sulla morte afferma che “se l’uomo nel suo processo vitale è sempre materia e spirito, necessità e libertà, natura e persona…significa che la morte non può essere solo un fatto distruttivo dall’esterno” (Per una teologia del morire, pag.105, Il morire come tema di prassi ecclesiale – Concilium 4/1974. Queriniana Brescia).

Greshake cita il pensiero di Ranner e di Boros che sostengono un dinamico realizzarsi dall’interno della morte, “un attivo portarsi a compimento (Ivi, pag.105). Il noto teologo afferma che il momento della morte esige dall’uomo “l’ultima e più alta prestazione della su libertà, in forza della quale, egli accetta la morte come compimento nel mistero di Dio oppure, in un ultimo atto di protesta, si attacca a se stesso. Così la morte è l’atto più alto dell’uomo in cui egli, in libertà, realizza totalmente il suo essere” (Ivi, pag.105).
Non la pensa diversamente Boros che vede nella morte il “…primo atto completamente personale dell’uomo; perciò essa è il luogo essenzialmente privilegiato del prender coscienza, della libertà, dell’incontro con Dio e della decisione sul destino eterno (Ivi, pag. 105).

Greshake sottolinea un altro punto essenziale del pensiero dei due teologi quando scrive che “l’atto della morte è perciò pienamente personale e assolutamente libero perché esso avviene nel momento della separazione tra anima e corpo e così lo spirito, liberato dai vincoli della materialità e della temporalità, è interiormente tutto se stesso, “in una presenza integrale dell’essere” (Ivi, pag.105)” (fonte: Beppe Amico – La vita del mondo che verrà, Lulu Enterprise 2010).


[1] Notoria l’affermazione di un pensatore moderno, John Milton, che diceva: meglio regnare all’inferno che servire in Paradiso”.


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