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"Chi salva un'anima, ha assicurata la propria alla felicità eterna" (Sant'Agostino).

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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

martedì 22 giugno 2010

Il male - la vita di Journet

c) Le tentazioni «fatali».
Ci sono delle tentazioni che, una volta che le abbiamo lasciate penetrare in noi, sono fatali. Esse fanno impazzire le passioni, hanno il potere d'una forza elementare, respingono le resistenze troppo tardive del libero arbitrio. San Tommaso pensa alle passioni dell'amore e dell'ira (41). Ve ne sono delle altre, come l'ambizione o anche la gelosia, che torcono le anime come si piega con il fuoco una sbarra di ferro arrugginita. Pensiamo ad Otello: pensiamo ancora più profondamente a Giuda. E' stato detto «che egli era ladro e che, tenendo la borsa, rubava ciò che vi metteva dentro» (Gv., XII, 6). Ma più tardi, quando Gesù sarà scomparso, getterà i trenta denari attraverso al santuario (Mt., XXVII, 5). L'avidità di denaro non basta per spiegare la sua tragedia, ma, a quanto pare, esisteva in lui una qualche misteriosa gelosia: gelosia di vedersi preferito un altro discepolo? O forse gelosia del Cristo stesso?
 Perché lo spettacolo di mali così terribili che possono abbattersi improvvisamente su ciascuno di noi? Troviamo una prima risposta nell'avvertimento del Vangelo: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mt., XXVI, 41). E noi sappiamo che Dio non viene mai a raccogliere dove non ha seminato.«Dio - dice sant'Agostino - non comanda l'impossibile, ma il Suo comando invita a fare ciò che tu puoi ed a pregare per ciò che non puoi fare» (42). Il Concilio di Trento aggiunge: «Egli aiuta a potere, e (I Gv., V, 3), i suoi comandamenti non sono pesanti» (43).
 Si parla per la fine del tempi di tentazioni capaci di sedurre, se fosse possibile, gli stessi eletti (Mt., XXIV, 24). Ma è pure detto che si perderanno soltanto quelli che «non hanno accolto l'amore della verità che avrebbe loro concesso la salvezza» (II Tess., II, 10). Santa Teresa di Lisieux si augurava di affrontare queste terribili prove (44).

d) Lo scandalo.
Lo scandalo è causa di rovine spaventose. C'è lo scandalo degli adulti che può causare in essi delle ferite inguaribili. C'è lo scandalo di una fanciulla che ripeteva nel suo delirio che aveva «ucciso Dio», e che minacciava, nella sua impotenza, Stavroghin col suo piccolo pugno, prima di andare ad impiccarsi in uno stanzino vicino ai camerini (45).
 Ci sono i grandi scandali collettivi della fine del mondo: «Allora se vi si dirà: " Ecco questo è il Cristo!", oppure: " Eccolo là! ". Non credete affatto. Sorgeranno infatti del falsi cristi e del falsi profeti che faranno del grandi segni e del prodigi, al punto da sedurre, se fosse possibile, gli stessi eletti» (Mt., XXIV, 23-24). Allora sarà troppo tardi per pensare a prepararsi, bisognerà trovarsi pronti: «Beati quei servitori che il padrone al suo ritorno troverà fedeli a vegliare» (Lc., XII, 37).
Non è questo il tempo della gloria, ma quello delle domande: di quelle che il nostro cuore, a causa degli scandali, rivolge continuamente a Dio; di quella, unica e decisiva, che Dio rivolge a ciascuno di noi, collocandolo, ma con la Sua grazia, in seno ad un mondo che gli scandali sembrano sommergere. Ma gli scandali non potranno mai soffocare l'amore: nelle grandi anime provocano la sua fiamma.
«Guai al mondo, a causa degli scandali! E' fatale, senza dubbio, che avvengano degli scandali, ma guai all'uomo a causa del quale lo scandalo avviene!» (Mt., XVIII, 7). Chi potrà mai dire ciò che vi era nell'anima del Salvatore, di dolore e di amore intenso, da una parte, per la gloria di Dio, e dall'altra, per la povera umanità, quando ha pronunziato quella terribile maledizione contro gli autori di scandalo!

e) La tentazione del suicidio.
Vi sono degli esseri che sembrano nati troppo deboli per sopportare il peso della miseria o della sofferenza morale che si accumula su di loro, e che finiscono col suicidio. Una certa giovanetta, fedele cristiana ma angosciata, sostegno della vecchia mamma, un mattino, al momento di uscire per recarsi al lavoro, s'impicca alla maniglia della finestra; nel suo letto si trova la sua corona del rosario. Senza dubbio, la fede teologale per se stessa è più forte di tutti gli scoraggiamenti, e, quando s'impossessa di un soggetto per farlo passare attraverso alle prove di ciò che san Giovanni della Croce chiama la notte del sensi, dissipa radicalmente tutte «le malinconie». Ma, anche se vera, anche se amata, la fede non è ovunque radicata così profondamente: non sempre è sufficiente ad evitare la nevrosi. Essa ne previene molte, certamente, ed aiuta a sopportare santamente le altre, come si sopporta la tisi o il cancro. Ma accade, talvolta, che l'intensità della disperazione possa far vacillare la ragione al punto da rendere innocente agli occhi del Dio di misericordia, che penetra nei cuori, un tale suicidio. Eppure, anche agli occhi della filosofia, il suicidio è in sé una follia (46). E quanto maggiormente è follia agli occhi della fede? «All'uomo che soffre e che subisce la tentazione del suicidio, possiamo dire soltanto questo: "Ricordati ciò che hanno sofferto il Cristo ed i martiri. Devi portare la tua croce come loro. Non cesserai di soffrire, ma la croce stessa della sofferenza ti diverrà dolce per una forza sconosciuta che viene dal centro dell'amore divino. Non devi ucciderti, perché non devi buttare la croce: ne hai bisogno. Domanda anche alla tua coscienza se sei veramente innocente. Troverai che, se sei forse innocente di una cosa che il mondo ti rimprovera, sei colpevole sotto mille altri aspetti. Sei un peccatore. Se il Cristo, che era innocente, ha sofferto per gli altri, e, come dice Pascal, ha versato anche per te una goccia del suo sangue, tu, peccatore, avrai forse il diritto di rifiutare la sofferenza? Forse è una specie di punizione. Ma la punizione divina ha questo di specifico e di incomparabile, che non ha in sé nulla della vendetta, e che è purificatrice per la sua stessa essenza. Chi si ribella contro di lei, si rivolta veramente contro il senso stesso della sua vita". Non c'è alcun dubbio che quaggiù non c'è giustizia. Esseri mostruosi fanno una riuscita meravigliosa, e nessuno soffre più del santi. Affrontiamo qui il mistero dell'iniquità che è precisamente collegato a quell'altro mistero (e cioè, che il senso della vita per il cristiano si realizza nella sofferenza ed attraverso alla sofferenza).L'uomo, come abbiamo detto, è un essere che può uccidersi e che non lo deve fare. Tale affermazione assume ora un senso più preciso. Esiste la tentazione ed anche il rifiuto. Quando questo è autenticamente cristiano, manifesta un atto di amor di Dio e della sofferenza, non come sofferenza in sé, poiché è impossibile (l'algofilìa è patologica, il Cristo stesso ha esitato di fronte all'ultima sofferenza ed ha pregato Dio di risparmiargliela) ma della sofferenza in quanto essa racchiude in sé un rimedio voluto da Dio» (47) (Fonte: Il Male_la vita - Journet capitolo 8).

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