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lunedì 10 maggio 2010

Meditazioni sulla preghiera di Don Eugenio Bernardi (1939) Imprimatur

IL MOVENTE DELLA PREGHIERA

La preghiera è dunque una domanda e la domanda l’espressione di un desiderio. Ma, perchè la preghiera sia cristiana, il desiderio dev'essere pure cristiano. Colui che domanda una cosa cattiva, nota il Suarez, non prega, non onora Dio, ma piuttosto l'oltraggia. (sed potius contumelia illum afficit... De religione Tr. IV).
Egualmente, non prega chi, preoccupato esclusivamente del proprio comodo (ex nimio affectu ad suum commodum ve! olio simili), non pensa affatto a sottomettersi a Dio, quando gli chiede qualche cosa, a onorarlo e a riconoscere la sua propria dipendenza da lui. (Suarez, ibid.).
Ora il desiderio cristiano, movente della preghiera perfetta, è il desiderio della carità. S. Tomaso lo afferma senza esitazioni: "La causa della preghiera è il desiderio della carità, dal quale desiderio essa procede". E il Dottore Angelico fa suo il motto di S. Agostino: licet orare quod licet desiderare : è lecito domandare ciò che è lecito desiderare.
Tutto questo è semplicemente capitale: fondamento della vera teologia della preghiera. Ora, la virtù teologale della carità ci inclina a voler bene a Dio, a noi stessi e al prossimo. La carità è dunque benevolenza, amore di benevolenza. Questa semplice affermazione ci fa comprendere quale sia l'ordine che dobbiamo seguire nella preghiera.
La preghiera di fatto deve essere regolata da un ordine, che riguarda le persone alle quali desideriamo e. per le quali domandiamo il bene e il bene stesso che è l'oggetto dei nostri desideri. C'è dunque e ci deve essere un ordine, o come dice Tertulliano, una "disciplina della preghiera". (Orandi disciplina, De oratione, II, 10).
Il Padre nostro è il modello perfetto di ogni preghiera.
Secondo l'orazione domenicale, il primo che deve godere il beneficio della preghiera, se si può dir così,è Dio stesso: sia santificato il nome tuo, venga il regno tuo. La preghiera di domanda, così concepita, è sommamente disinteressata e per la sua eccellenza, per la sua nobiltà, può essere messa senz'altro al livello della preghiera d' adorazione o di lode. Prima di tutto, noi domandiamo dunque che Dio sia glorificato.
Anche la Chiesa ci insegna a ringraziare Iddio per la gloria che a Lui risulta dal governo della sua Provvidenza : gratias agimus tibi pro pter magnam gloriam tuam. La gloria di Dio dev'essere in cima a tutti i nostri desideri.

PER CHI SI DEVE PREGARE

Ma si noti, che la gloria di Dio coincide col nostro bene personale.
Anche quando domandiamo a Dio la nostra felicità, in sostanza non facciamo altro che domandare il compimento della volontà di Dio in noi, perchè Dio vuole appunto che noi siamo felici, eternamente e perfettamente felici.
Noi dobbiamo poi pregare per noi stessi (ciò si capisce e l'abbiamo detto sopra) e per il prossimo.
Potremmo ora domandarci, come fece il fariseo a Gesù, chi sia il nostro prossimo. La risposta è facile per chi conosce il Vangelo.
Il nostro prossimo sono tutte le persone ammesse da Dio alla partecipazione del bene divino, cioè (a eccezione dei soli dannati che da se stessi si sono esclusi dalla società divina) tutti gli uomini vivi o morti.
Qui interviene la grande legge, che stabilisce l'ordine nella carità, e perciò anche nella nostra preghiera.
Come non ci sono due persone, in cielo, sulla terra, o nel purgatorio, alle quali siamo debitori della stessa carità nella medesima misura, così si può affermare che non vi sono due persone alle quali dobbiamo la stessa preghiera. Qui non si può che enunciare i due principi generatori della carità : l'uno e l'altro si fondano sulla nozione stessa della prossimità. Si può dire che la carità (che regola, non dimentichiamolo, l'ordine nella nostra preghiera) ha due poli : Dio e noi stessi.
Di qui ne segue la conseguenza che questa prossimità può essere considerata in rapporto a Dio e in rapporto a noi. I più vicini a Dio sono i migliori. I più vicini a noi, per qualsiasi titolo, di natura o di grazia, sono i più cari.
Per i migliori, la nostra preghiera domanda i beni più grandi, dei quali essi sono degni e capaci. Per i più cari, essa chiede dei beni, minori forse, ma tali che convengono alla loro condizione e li chiede con più fervore e assiduità.
Al punto di partenza delle due gerarchie, noi vediamo, a seconda che si tratta dell'una o dell'altra, Dio e noi stessi. Dio è il più degno; noi siamo i più prossimi a noi medesimi. Tuttavia, quando si tratta della carità, possiamo dire che Dio, come è il più degno, così è anche in un certo modo il più prossimo. Sull'una e sull'altra linea egli è il primo assolutamente, nonostante la priorità psicologica, così nettamente affermata da S. Tomaso, dell'amore naturale di noi stessi e del nostro bene.

NOI E IL PROSSIMO

La grazia è di fatto la natura propria di Dio, prima di diventare la nostra. E la carità è l'amore col quale Dio ama se medesimo, prima di diventare la divina amicizia per la quale amiamo noi stessi in Lui. Per ciò che riguarda la carità, Dio è il migliore e, nello stesso tempo, il più prossimo e il più caro. Ciò apparirà perfettamente in paradiso.
Un' ultima precisazione. Spesso l'ordine della carità può essere modificato da virtù particolari. La misericordia, per esempio, ci indurrà ad accordare un posto speciale nelle nostre preghiere a quelli che sono maggiormente infelici o bisognosi. Così pure la giustizia ci farà obbligo di tener conto di certi impegni particolari che abbiamo contratto verso qualche persona. In questa materia dell'ordine da seguire nella preghiera, l'ultima parola spetta alla prudenza soprannaturale.

Fonte: Breve trattato sulla preghiera cristiana (Ed. Artigianelli Trento 1939)

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