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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

giovedì 20 maggio 2010

Padre Pio…vi raccontiamo i miracoli - Intervista a Gino Latilla (cantante)


Nel mese di gennaio ‘97 ebbi modo di realizzare alcune interviste per conto della radio con la quale lavoro. L’inchiesta era: “La fede nel mondo dello spettacolo. Contattai la redazione di “Domenica in” e parlai con Fabio Palcidi che curava i magnifici sette. Li intervistai tutti in un giorno. Qualche domanda ad ognuno, solo poche battute. Fra questi c’era anche Gino Latilla che come ben sappiamo è un vero devoto di Padre Pio. La sua storia, già edita da altri biografi e storici del monaco stigmatizzato, è molto bella e toccante. In quello che ci ha raccontato, al di là delle cose già note, abbiamo riscoperto un Gino Latilla un po’ inedito. Sentiamo la sua esperienza con il frate dei miracoli:

“Io ho avuto un’educazione particolarissima. Ho studiato con i padri gesuiti e quindi è facile capire quale sia la mia formazione, come sia stata impostata la mia vita per quello che attiene lo spirito. Durante quegli anni mi è stato insegnato tanto e tutto mi è servito. Direi che ho cominciato a cantare nel coro della nostra scuola. Ricordo di aver avuto un professore di altissimo livello: Aldo Moro. Lui veniva al doposcuola e ci faceva le ripetizioni. La mia vita è stata sempre caratterizzata dalla fede.
Quando devo chiedere qualcosa, domando aiuto ai santi, alla Madonna, affinchè mandino qualche raggio di luce dal cielo. Io ho una specie di poesia che recito. Sono molto devoto a Padre Pio, e spesso gli dico queste parole, che forse potranno anche far sorridere qualcuno, ma le recito con molta tenerezza e molta fede in lui. La preghiera fa così: “Santo Padre Pio dalla barba bianca aiutami a trovare quello che mi manca”. E tutte le volte, quello che io cerco lo trovo. Ho conosciuto Padre Pio e penso che lui ora sia tanto vicino al Signore e nessuno di noi dalla terra può dare un giudizio sulla sua persona. C’è una sola cosa che mi dispiace: questo proliferare di devozione a Padre Pio di tanta gente - anche se non voglio essere giudice di nessuno, perchè non voglio essere giudicato - che con la religione ha molto poco da spartire. E mi riferisco in particolare a tutti gli inganni che i fedeli possono incontrare sul loro cammino spirituale, ai falsi profeti, ai veggenti, agli indovini che fingono di chiedere aiuto al Padre, oppure dicono loro stessi di essere in contatto con lui”.

Dopo il colloquio a “Domenica in”, ho ricontattato Gino Latilla subito dopo il Festival di Sanremo ‘97; eravamo d’accordo di sentirci il lunedì successivo presso la sua residenza di Firenze, per approfondire ciò che avevamo avuto modo solo di accennare. Ecco la sua testimonianza:

“Non so dire molto bene il periodo in cui conobbi Padre Pio. Meglio di me lo ricorda Luciano Rispoli, perchè ho incontrato il frate il giorno in cui lui si è sposato, nel giorno del suo matrimonio. Ed ora spiego ai lettori cosa accadde quel giorno: intanto io ero molto irritato per il comportamento che aveva Padre Pio. Mi domandavo come fosse possibile che la gente aspettasse tanto tempo per confessarsi da lui; ci volevano diversi mesi, bisognava mettersi in lista. Lo zio di Rispoli che faceva parte di un gruppo che aveva contatti continui con Padre Pio disse: “Guardi che se lui vuole, lei lo può vedere anche domani”. Io ero scettico e pensai tra me: “Non è vero, è una menzogna”.
L’indomani Padre Pio doveva celebrare il matrimonio di Rispoli e io avrei dovuto fare, visto che fra i regali che gli avevano fatto c’era anche una cinepresa, una ripresa filmata. Fu proprio Luciano a chiedermi: “Visto che tu sei più pratico, filmami la cerimonia”.
Accompagnai la sposa in chiesa e subito dopo portai la macchina al posteggio. Dopo aver sistemato l’automobile, presi la cinepresa e mi misi a correre verso la chiesa. Questa, per chi la conosce, ha un portone centrale e due laterali, io imboccai quello a sinistra che era aperto e cominciai a salire le scale. Trovai delle porte, le aprivo, entravo, passavo, cercavo un posto ideale per poter fare la ripresa filmata. Era mia intenzione raggiungere il coro che stava in alto, perchè mi sembrava il posto migliore per riprendere i momenti salienti della cerimonia. Sapevo che Padre Pio non voleva che si facessero fotografie, nè tantomeno riprese cinematografiche, decisi quindi di appollaiarmi, di nascondermi lassù in modo da riprendere tutto senza pericolo di essere redarguito.
Cercavo una scala per salire su nel coro, e ad un certo punto mi trovai ad aprire una porta e mi resi conto di essere finito, non so come, nella cella di Padre Pio. Rimasi stranito, non potevo credere che Padre Pio fosse là. Lo guardai con imbarazzo e lui fulminandomi con una delle sue occhiate mi disse in tono severo: “Che fai quì?”. Risposi: “Io in verità cerco l’organo...Padre”. “E lo cerchi quì? - sentii controbattere Padre Pio. “No, no - risposi - scusi, me ne vado subito”.
Avevo riconosciuto Padre Pio e sapevo anche che aveva un carattere piuttosto burbero, anche perchè la mattina avevo assistito ad un episodio poco simpatico a mio parere. Padre Pio dopo la Messa si metteva in raccoglimento. C’erano in foresteria, dove si trovava in quel momento il frate, degli uomini tutti in fila. Tra i tanti ce n’era uno che aveva un bambino. Ad un tratto il piccolo si svincolò dalla mano del padre e andò verso Padre Pio che era inginocchiato e rimasi stupito nel vedere il frate rivoltarsi in malo modo contro il bambino. L’episodio mi fece rimanere di stucco, perchè pensavo a ciò che diceva il Signore: “Lasciate che i pargoli vengano a me”. Senz’altro in quel momento il monaco non aveva certamente avuto un comportamento in pieno spirito evangelico. Perciò ero ancora più scettico e dubbioso riguardo a Padre Pio e alla sua spiritualità.
Ma ritorniamo al racconto di quel giorno: uscito dalla cella del frate, mi misi a salire ancora scale e ad aprire porte per un po’ di tempo, finchè arrivai al coro, mi sistemai nel posto dove ritenevo più opportuno e quale non fu la mia meraviglia nell’affacciarmi dal coro e constatare che la chiesa era deserta. Pensai che dovevano ancora cominciare e decisi di aspettare qualche minuto. Poi, vedendo che il tempo passava, scesi  e andai al ristorante dove avrebbero dovuto trovarsi per il pranzo di nozze e li trovai tutti a tavola. Avevano già cominciato a mangiare, e molti di loro mi chiesero dove fossi finito perchè non mi avevano più visto. Io chiesi: “Ma avete fatto il matrimonio? - loro risposero: “Macchè sei scemo?...si che l’abbiamo fatto!!!”. Spiegai a grandi linee tutti gli intoppi che avevo avuto, ma mi dissero che probabilmente ero andato a bere qualcosa fuori dal convento. Io giurai che non era così. Anzi devo specificare che feci innumerevoli giri nei corridoi del convento, aprii molte porte, e sempre mi trovai nella cella di Padre Pio. Questo accadde per tre o quattro volte, poi finalmente trovai la scala giusta e riuscii ad orientarmi, nonostante io abbia un senso dell’orientamento straordinario.
E quel giorno finì così. L’indomani andai da Padre Pio, o meglio nel corridoio dove solitamente passava e dove c’erano i suoi fedelissimi, tutti giovani. Ad un certo punto apparve  alla folla benedicendo tutti. Io mi inginocchiai e quando arrivò davanti a me si fermò; nessuno disse chi ero, si mise alla mia sinistra e mi fisso intensamente. A quel punto uno della folla disse: “Padre, questo è Gino Latilla, è uno della Rai”. In quel momento, il Padre mi diede tre botte sulla testa dicendomi una cosa che io non dirò mai a nessuno, me la porterò sempre con me. Si trattava comunque di una premonizione, perchè ho avuto modo di constatare che ciò che mi disse si è in parte verificato o si stà verificando. Non si è ancora verificato del tutto. Non posso dire nemmeno l’ambito in cui questa premonizione è stata detta e non è per tenere dei segreti, ma perchè è una cosa troppo intima e personale.
Riferendomi sempre all’episodio del giorno prima, ripensandoci mi stupii ciò che accadde, perchè sapevo benissimo che le porte del convento erano sempre chiuse ed era difficile arrivare a tu per tu con Padre Pio. Ebbene, io quella volta, arrivai nella cella, direttamente nella stanza dove stava il frate. Probabilmente lui voleva vedermi o io avevo il lasciapassare dei cieli per vedere lui. Certamente io non vidi Padre Pio in carne ed ossa perchè era in chiesa a celebrare il matrimonio, evidentemente era in bilocazione, io vidi il frate durante una bilocazione. Dopo quest’episodio pensai addirittura di aver avuto una specie di allucinazione e anzi mi sorpresi del fatto che era passato molto tempo. Per ciò che mi riguarda io ho sempre avuto l’impressione che fossero passati solo pochi minuti ed invece probabilmente erano passate molte ore.[1]
Ci sono poche interpretazioni ad episodi del genere. Io posso dirle che ora porto sempre Padre Pio con me. Ho una medaglia con la sua effigie che porto sempre addosso e che mi è stata data dai frati francescani. La tengo sempre con me e quando canto la porto sempre sul cuore. L’episodio di quel giorno non lo posso interpretare che come segno di protezione e di intercessione da parte del Padre.
Dopo quella volta non vidi più il frate e non ritornai nemmeno a San Giovanni Rotondo, ma sono convinto che lui mi segua ugualmente perchè ogni volta che c’è qualcosa che non va, lo invoco e tutto si sistema. Certo, questo è molto poco rispettoso nei confronti della religione, ma è un po’ la tendenza di tutti, quella di pregare di più e con più fervore solo quando si soffre, mentre quando le cose vanno un po’ meglio ci si dimentica un po’ di Dio.[2]
Io però posso dire che non dimentico mai i favori divini, sempre porto nel cuore la fede e ho tanto rispetto per coloro ai quali (i santi) chiedo l’intercessione, soprattutto Padre Pio.
Si parla spesso di profumi di Padre Pio, ebbene mi ero dimenticato di dire che quando mi capitò di fronte, quel giorno, avvertii un grande odore di acido fenico, non profumo, ma acido fenico, tanto è vero che pensai si trattasse di qualche medicinale che usava per le stimmate.

Che dire di Padre Pio...(quì si nota un Gino Latilla profondamente commosso, nonostante tutta intera l’intervista sia pervasa da questo sentimento). Io posso dire che ho rischiato la morte per una malattia in questi ultimi tempi. Una malattia che mi ha colpito all’improvviso. Ho avuto solo il tempo di rivolgermi a lui. Una notte forse l’ho visto...forse però...non ne sono certo. Non in sogno, ma mentre ero sveglio, quando mi trovavo in ospedale. Posso dirle che ho avuto una cosa dalla quale difficilmente si esce e comunque non si esce come  ne sono uscito io. Io sono in grado di giocare di nuovo a tennis, invece che essere ridotto come Modugno dopo la sua malattia.[3]
Ho promesso di ritornare a San Giovanni Rotondo, dopo aver finito i miei impegni di lavoro, senz’altro ritornerò, anche se mi hanno detto che il Gargano è diventata una specie di industria.
Ogni volta che ritorno sull’argomento, su ciò che accadde quel giorno, con Luciano Rispoli, mi accorgo che lui ne parla malvolentieri, anche se è molto devoto a Padre Pio. Hanno avuto anche loro molte grazie. La moglie non poteva avere figli e solo l’intervento del Padre ha permesso che ne potesse avere.
Oltre a ciò che le ho raccontato io ho avuto indubbiamente moltissime altre grazie; ora sono un po’ in pena per mia figlia, ma sono sicuro che si risolverà tutto con l’aiuto di Padre Pio. Con il Padre io posso certo dire di aver sfiorato la sensazione del Paradiso, anche se sono un po’ amareggiato perchè non ho avuto modo di approfondire la conoscenza con Padre Pio. Sò che mi avrebbe fatto molto bene. Come le dicevo io vengo da una scuola particolare, ho fatto il ginnasio e il liceo con i gesuiti, quindi questo mi provoca una sorta di conflitto interiore. Due cose mi hanno fatto soffrire nella mia vita. Ho pianto tanto per l’episodio che le ho detto e per non aver potuto meglio conoscere il Padre e poi per la morte di Aldo Moro che fu mio insegnante.
Se ora Padre Pio fosse vivo, mi metterei certamente a sua disposizione e cercherei di essere il suo bastone. Mi piacerebbe mettermi al servizio dell’opera del frate e lo farei con grande entusiasmo anche adesso che non c’è,  ma solo se fossi sicuro che non ci fossero speculazioni.
Per indirizzare meglio i giovani verso un cristianesimo più puro, bisognerebbe che la Chiesa fosse meno moderna, scevra da contaminazioni mondane, più povera”.      

 Beppe Amico (fondo privato dell'autore). 
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[1] Nella vita spirituale il computo del tempo è per lo meno molto diverso dai calcoli terreni. Basti ricordare che un’anima apparsa a Padre Pio per dirgli di intercedere affinchè avesse potuto volare presto in Cielo, chiama “crudele”, il povero e umile cappuccino da Pietrelcina, perchè questi gli aveva risposto che l’indomani, cioè dopo poche ore, avrebbe celebrato la S. Messa per la sua liberazione. A testimonianza che anche alcune ore nel Purgatorio o nell’aldilà sono evidentemente molto più lunghe rispetto a quelle terrene.
[2] Forse è per questo che si soffre molto.
[3] Senza ammetterlo, Latilla dice di essere stato colpito da un ictus cerebrale. Si deduce dal riferimento a Domenico Modugno.

martedì 11 maggio 2010

Madre Speranza di Collevalenza

Allo scopo di far conoscere ai lettori la figura di Madre Speranza, una grande religiosa spagnola che ha lavorato alacremente per la causa di Dio fondando l'ordine delle Ancelle dell'Amore Misericordioso con sede a Collevalenza, vi proponiamo un estratto dal libro: "Madre Speranza - una storia di grazia e misericordia" di Beppe Amico - Reverdito Edizioni 2000. Nel Santuario e nella Casa del pellegrino vengono organizzati seminari, ritiri spirituali e funzioni religiose. Chiunque può visitarlo e fermarsi in preghiera o per una sosta spirituale per qualche giorno. Se volete maggiori informazioni visitate il sito: www.collevalenza.it
   


L’acqua miracolosa del santuario di Collevalenza


Dalla fonte del Santuario di Collevalenza quindi sgorga acqua miracolosa, rigeneratrice del corpo e dello spirito.
Per fare un retto uso di quest’acqua, occorre considerare bene i suoi significati spirituali e le ragioni per le quali la Divina Provvidenza ce l’ha donata per mezzo di Madre Speranza.
L’acqua è uno degli elementi materiali che sono utilizzati nella Bibbia per descrivere le realtà spirituali e soprannaturali:
- L’acqua che lava è il segno della Grazia divina che purifica la nostra coscienza da ogni macchia di peccato (Tt 3,3-7).
- L’acqua che disseta è il segno della Grazia divina che sazia la nostra sete interiore di verità e di pace. (Gv 4,5-15; 7,37-39).
- L’acqua che fertilizza è il segno della Grazia divina che ci rinnova il cuore e ci rende capaci di portare i “frutti dello Spirito” (Gal 5,16-25).
Nella Bibbia l’acqua è usata per compiere alcuni miracoli i cui destinatari a volte sono dei malati incurabili.
Ad esempio il popolo di Israele che si incammina, guidato da Mosè, tra le acque del Mar Rosso, Naaman che colpito dalla lebbra guarisce dopo essersi immerso sette volte nel fiume Giordano spinto dal profeta Eliseo, il cieco nato di cui si racconta nei Vangeli, che riceve la vista da Gesù che lo invita a lavarsi presso la piscina di Siloe.
Fatte queste debite precisazioni sul significato spirituale dell’acqua e di come essa sia mezzo per il conseguimento della Grazia, evidenziamo le tappe fondamentali della realizzazione del pozzo di Collevalenza dal quale sgorga ogni giorno l’acqua miracolosa che sana ferite spirituali e corporali.
Madre Speranza ne volle fermamente la realizzazione per una chiara ispirazione divina. La perforazione del pozzo fu eseguita nel 1960. Si dovette scavare per 92 metri e con molte difficoltà e scetticismo da parte dei capicantiere, prima di trovare la prima falda acquifera. Altre falde vennero poi alla luce a 114, 120 e 122 metri di profondità.

La realizzazione del pozzo fu sofferto e difficile. Madre Speranza si attenne scrupolosamente a ciò che il Signore le aveva rilevato. Non fece nulla di sua volontà, in tutto si fece guidare dall’ispirazione divina.

Ma vediamo come andarono le cose dalla viva voce della segretaria delle Ancelle dell’Amore Misericordioso: “Nostra Madre ha ricevuto l’ordine di realizzare alcune Piscine per il bagno dei malati e le è stato indicato il punto dove troverà l’acqua necessaria.[1]  Nostra Madre, sempre fedele ai comandi di Colui che non sbaglia, né da ordini in maniera vana, si dispone ad iniziare un pozzo lì dove le è stato detto, cioè a fianco alla futura “Basilica dell’Amore Misericordioso”, esattamente tra questa e la futura Casa della Giovane”.
Dal documento emergono anche le molte difficoltà via via incontrate durante i lavori: “Al “nemico del bene” urta che si progettino delle piscine per il bagno dei malati (la qual cosa fa comprendere come queste piscine produrranno molto bene), e contrasta in ogni modo Madre Speranza. La minaccia, dicendole che se farà uso della trivella, la romperà; che romperà tutte quelle che verranno portate e non ce ne saranno a sufficienza in tutta l’Umbria”.
Durante gli scavi i problemi sembravano non avere fine. Ci furono complicazioni meccaniche e tecniche, Madre Speranza soffrì, in quel periodo, numerose vessazioni del maligno. I lavori durarono per dieci mesi e con molte difficoltà; si ruppero le trivelle, si verificarono intoppi di ogni genere.
Dopo circa un mese dall’inizio dei lavori si conferì l’incarico all’impresario Giuseppe Salici, che non potendo proseguire a causa della rottura della trivella, venne sostituito da una ditta della provincia di Verona specializzata nella realizzazione di pozzi artesiani.
Ci vollero alcuni mesi e si arrivò fino al 6 maggio ‘60, per trovare una falda acquifera a 92 metri di profondità. Il dubbio cominciava a serpeggiare negli animi, pochi ormai credevano che si potesse realizzare quanto detto dalla Madre, eppure la fede incrollabile della religiosa di Collevalenza compì il miracolo.
Madre Speranza, quando venne alla luce la prima falda acquifera a 92 metri andò in estasi e pronunciò parole di ringraziamento e di fiduciosa implorazione.
Ma torniamo indietro di qualche ora, vediamo come andarono le cose quel giorno. In un plico di appunti di un diario leggiamo alcune note sui lavori del 6 maggio 1960: “Venerdì, Acqua dal pozzo per le Piscine, a 92 metri di profondità. La Madre stà pregando, piuttosto preoccupata perché la sonda è restata impegnata in fondo al pozzo, a circa 90 metri. La Madre dice alla Superiora di salire dalle suore e invitarle a pregare un Trisagio secondo l’intenzione della Madre (perché si potesse liberare la sonda); il Padre Gino dà disposizioni che tutti i ragazzi vadano in chiesa a pregare un Trisagio per la stessa intenzione. Alle tre e cinquanta si va tutti in chiesa e si prega il Trisagio. Alla fine dell’orazione si riesce a liberare la sonda e a riportarla alla superficie in modo da riprendere il lavoro. Verso le 17.00 lo stesso capo-sonda corre in casa a portarci la notizia di aver trovato l’acqua a 92 metri”.

Che dire? La preghiera muove proprio le montagne!   


[1] Fu Gesù, durante un’estasi a segnare sul terreno con il piede una croce dicendo: “Ecco, questo è il punto dove dovrai scavare”.

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lunedì 10 maggio 2010

Meditazioni sulla preghiera di Don Eugenio Bernardi (1939) Imprimatur

IL MOVENTE DELLA PREGHIERA

La preghiera è dunque una domanda e la domanda l’espressione di un desiderio. Ma, perchè la preghiera sia cristiana, il desiderio dev'essere pure cristiano. Colui che domanda una cosa cattiva, nota il Suarez, non prega, non onora Dio, ma piuttosto l'oltraggia. (sed potius contumelia illum afficit... De religione Tr. IV).
Egualmente, non prega chi, preoccupato esclusivamente del proprio comodo (ex nimio affectu ad suum commodum ve! olio simili), non pensa affatto a sottomettersi a Dio, quando gli chiede qualche cosa, a onorarlo e a riconoscere la sua propria dipendenza da lui. (Suarez, ibid.).
Ora il desiderio cristiano, movente della preghiera perfetta, è il desiderio della carità. S. Tomaso lo afferma senza esitazioni: "La causa della preghiera è il desiderio della carità, dal quale desiderio essa procede". E il Dottore Angelico fa suo il motto di S. Agostino: licet orare quod licet desiderare : è lecito domandare ciò che è lecito desiderare.
Tutto questo è semplicemente capitale: fondamento della vera teologia della preghiera. Ora, la virtù teologale della carità ci inclina a voler bene a Dio, a noi stessi e al prossimo. La carità è dunque benevolenza, amore di benevolenza. Questa semplice affermazione ci fa comprendere quale sia l'ordine che dobbiamo seguire nella preghiera.
La preghiera di fatto deve essere regolata da un ordine, che riguarda le persone alle quali desideriamo e. per le quali domandiamo il bene e il bene stesso che è l'oggetto dei nostri desideri. C'è dunque e ci deve essere un ordine, o come dice Tertulliano, una "disciplina della preghiera". (Orandi disciplina, De oratione, II, 10).
Il Padre nostro è il modello perfetto di ogni preghiera.
Secondo l'orazione domenicale, il primo che deve godere il beneficio della preghiera, se si può dir così,è Dio stesso: sia santificato il nome tuo, venga il regno tuo. La preghiera di domanda, così concepita, è sommamente disinteressata e per la sua eccellenza, per la sua nobiltà, può essere messa senz'altro al livello della preghiera d' adorazione o di lode. Prima di tutto, noi domandiamo dunque che Dio sia glorificato.
Anche la Chiesa ci insegna a ringraziare Iddio per la gloria che a Lui risulta dal governo della sua Provvidenza : gratias agimus tibi pro pter magnam gloriam tuam. La gloria di Dio dev'essere in cima a tutti i nostri desideri.

PER CHI SI DEVE PREGARE

Ma si noti, che la gloria di Dio coincide col nostro bene personale.
Anche quando domandiamo a Dio la nostra felicità, in sostanza non facciamo altro che domandare il compimento della volontà di Dio in noi, perchè Dio vuole appunto che noi siamo felici, eternamente e perfettamente felici.
Noi dobbiamo poi pregare per noi stessi (ciò si capisce e l'abbiamo detto sopra) e per il prossimo.
Potremmo ora domandarci, come fece il fariseo a Gesù, chi sia il nostro prossimo. La risposta è facile per chi conosce il Vangelo.
Il nostro prossimo sono tutte le persone ammesse da Dio alla partecipazione del bene divino, cioè (a eccezione dei soli dannati che da se stessi si sono esclusi dalla società divina) tutti gli uomini vivi o morti.
Qui interviene la grande legge, che stabilisce l'ordine nella carità, e perciò anche nella nostra preghiera.
Come non ci sono due persone, in cielo, sulla terra, o nel purgatorio, alle quali siamo debitori della stessa carità nella medesima misura, così si può affermare che non vi sono due persone alle quali dobbiamo la stessa preghiera. Qui non si può che enunciare i due principi generatori della carità : l'uno e l'altro si fondano sulla nozione stessa della prossimità. Si può dire che la carità (che regola, non dimentichiamolo, l'ordine nella nostra preghiera) ha due poli : Dio e noi stessi.
Di qui ne segue la conseguenza che questa prossimità può essere considerata in rapporto a Dio e in rapporto a noi. I più vicini a Dio sono i migliori. I più vicini a noi, per qualsiasi titolo, di natura o di grazia, sono i più cari.
Per i migliori, la nostra preghiera domanda i beni più grandi, dei quali essi sono degni e capaci. Per i più cari, essa chiede dei beni, minori forse, ma tali che convengono alla loro condizione e li chiede con più fervore e assiduità.
Al punto di partenza delle due gerarchie, noi vediamo, a seconda che si tratta dell'una o dell'altra, Dio e noi stessi. Dio è il più degno; noi siamo i più prossimi a noi medesimi. Tuttavia, quando si tratta della carità, possiamo dire che Dio, come è il più degno, così è anche in un certo modo il più prossimo. Sull'una e sull'altra linea egli è il primo assolutamente, nonostante la priorità psicologica, così nettamente affermata da S. Tomaso, dell'amore naturale di noi stessi e del nostro bene.

NOI E IL PROSSIMO

La grazia è di fatto la natura propria di Dio, prima di diventare la nostra. E la carità è l'amore col quale Dio ama se medesimo, prima di diventare la divina amicizia per la quale amiamo noi stessi in Lui. Per ciò che riguarda la carità, Dio è il migliore e, nello stesso tempo, il più prossimo e il più caro. Ciò apparirà perfettamente in paradiso.
Un' ultima precisazione. Spesso l'ordine della carità può essere modificato da virtù particolari. La misericordia, per esempio, ci indurrà ad accordare un posto speciale nelle nostre preghiere a quelli che sono maggiormente infelici o bisognosi. Così pure la giustizia ci farà obbligo di tener conto di certi impegni particolari che abbiamo contratto verso qualche persona. In questa materia dell'ordine da seguire nella preghiera, l'ultima parola spetta alla prudenza soprannaturale.

Fonte: Breve trattato sulla preghiera cristiana (Ed. Artigianelli Trento 1939)

domenica 2 maggio 2010

San Michele ed il Purgatorio

In questa meditazione che abbiamo trovato sulla rete, nel sito milizia di San Michele arcangelo, si approfondisce la realtà del Purgatorio e il rapporto dell'arcangelo con le anime che vi dimorano. A nostro giudizio è una lettura interessante ed edificante.

Quante poche anime, in mezzo alle più sante, salgono dalla terra al cielo senza passare per le fiamme del Purgatorio?
San Luigi Gonzaga stesso, questo angelo di purezza, questo martire di carità e di penitenza, temette nei suoi ultimi istanti di andare in quel luogo di espiazione.A quel grande numero di anime che la giustizia divina scarta ancora dalla soglia del Paradiso, poiché esse non hanno abbastanza illuminante biancore nella veste del loro battesimo, San Michele è particolarmente soccorrevole. Egli raddoppia la sollecitudine per consolarli, sollevarli ed affrettare la loro liberazione.
"Simile ad un ministro plenipotenziario inviato in delegazione, dice il papa San Pio V parlando del ruolo ammirabile di San Michele di fronte alle anime del Purgatorio, questo potente arcangelo applica ed interpreta, secondo le circostanze, le volontà del suo sovrano;
Egli grazia talvolta i colpevoli che hanno implorato la sua protezione, abbrevia la detenzione di talune altre; in una parola, egli è come il mediatore tra il capo supremo ed i suoi sudditi, ed anche, con la sua mediazione, egli ottiene delle grazie che la dignità del sovrano sembra non poter accordare senza un intermediario". Col dogma del Purgatorio, la Chiesa ci insegna che la pena più crudele che vi perdura è quella del danno, ossia l'orribile stato dell'anima che, violentemente strappata da questo mondo, si trova improvvisamente in mezzo ad un vuoto spaventoso in cui, tremante, essa rotola incessantemente attraverso turbini di fiamme livide, cercando il suo appoggio in Dio, che ella chiama con tutte le potenze del suo essere, ma da cui è respinta da una forze inesorabile. Sarebbe l'inferno, se non ci fosse la speranza di uscirne.San Michele ha pietà di questa sfortunata che egli ha forse strappata a Satana; la illumina, la consola nelle sue sofferenze, nella sua dolorosa attesa, ricordandole che dopo l'espiazione, egli la condurrà, gioiosa, e trionfante, nel celeste paradiso. Allora l'anima, riconfortata nella sua speranza, considera amorevolmente la grandezza, la santità di Dio, e benedice la sua misericordia, anche nel castigo della sua giustizia. Se è una grande gioia per l'infelice che giace in fondo ad un'oscura prigione, quella di ricevere sulla sua fronte alcuni raggi di luce, o per il marinaio perduto nell'oceano,
in mezzo alla tempesta, percepire da lontano il faro del porto, quale dolce visione quella dell'arcangelo nel lamentevole soggiorno del purgatorio! La sua presenza illumina e dona a queste sante anime, come un riflesso della gioia del Paradiso. Ecco perché la Chiesa chiede, nelle sue preghiere liturgiche per i defunti, che San Michele faccia splendere alle loro anime quel dolce chiarore, la cui brillantezza va crescendo fino al momento in cui queste care prigioniere possono andare a rallegrarsi eternamente nel seno di Dio; A lato della pena del danno, vi è la pena del senso; nulla di sporco entra in cielo, ed il purgatorio non è che una buca in cui l'anima si spoglia da ogni alleanza impura. Ella ripassa, dice San Paolo, come attraverso il fuoco, ossia con una sofferenza in cui la giustizia di Dio impedisce alla sua misericordia di intervenire. Con le nostre preghiere e le nostre buone opere, noi possiamo diminuire l'intensità delle sofferenze delle anime del purgatorio ed anche liberarle dalle fiamme espiatici; ma San Michele e gli Angeli sono i primi ad addolcirne il rigore, con la loro presenza ed i loro incoraggiamenti.Sant'Alfonso, spiegando la preghiera dell'offertorio della messa dei defunti, dichiara che la tradizione è unanime nel riconoscere che San Michele scende nel purgatorio, per sollevare da se stesso e dai suoi Angeli le anime prigioniere in quel luogo di esilio e di espiazione. Sant'Anselmo dice anche: "Non possono accusarci di pia esagerazione, quando noi sosteniamo che il Principe della milizia celeste è onnipotente in purgatorio, poiché Dio lo ha così deciso, e che allora egli può consolare ed abbreviare le pene delle anime che la giustizia e la santità dell'Altissimo ritengono in quel luogo di supplizi. Vi regna da re, poiché è principe e padrone di tutte le anime che devono entrare nel regno dei cieli".Dopo la dolce Vergine Immacolata, bisogna dunque riconoscere a San Michele il più zelante e potere nel portare soccorso alle anime del Purgatorio. Ma ve ne sono certamente di privilegiati vicino al glorioso Arcangelo: sono quelle che, durante il loro pellegrinaggio terreno, lo hanno onorato in modo particolare con la loro fiducia, o che, con le loro preghiere e le loro buone opere, hanno dato sollievo alle anime del Purgatorio, ed hanno meritato dapprima i suoi favori. Sì, grida San Bernardo, chi è stato devoto a San Michele non rimane per molto tempo in purgatorio, poiché questo Arcangelo, facendo uso del suo privilegio, guiderà ben presto la sua anima nel celeste soggiorno". Chi non vorrebbe sforzarsi di essere un giorno in questo numero? Preghiamo sovente, preghiamo il più che possiamo per le anime del Purgatorio. Queste preghiere, molto gradite a San Michele, ci
meriteranno, dopo la nostra morte, un potente soccorso e ben dolci consolazioni.Tratto da "L'Angelo Custode" n° 12, Aprile 1896, pp. 399-402 Milizia di San Michele Arcangelo (M.S.M.A.)

LA SACRA BIBBIA INTERATTIVA

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