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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

mercoledì 17 marzo 2010

“IL VERBO S’E’ FATTO CARNE E ABITÓ FRA NOI” (S.Giov. I).

In questo brano vi proponiamo un frammento di uno scritto del Servo di Dio don Eugenio Bernardi, sacerdote trentino, scomparso da qualche anno in concetto di santità. Apprezzato e amato dai suoi confratelli e dai suoi figli spirituali ha lasciato molti scritti fra i quali anche una bellissima Passione di Gesù la cui prima edizione è stata pubblicata da Marietti di Torino negli anni '50.
In questo brano estrapolato da "IL GRANDE AMICO" - Trento, Scuola Tipografica Arcivescovile "Artigianelli" 1939, don Eugenio dipinge un Gesù umano, anzi descrive l'umanità di Gesù. Una meditazione che ci fa comprendere che Egli il Santo dei Santi si è fatto uguale a noi in tutto (tranne che nel peccato) e si è abbassato fino al punto estremo dando la vita per noi, anzi per ciascuno di noi.
Grande mistero...inconcepibile, meraviglioso...!!! 

"Al suo organismo fisico non mancò alcuno di quegli elementi dei quali è costituita la macchina umana. Egli ebbe un corpo costruito come il nostro, con le stesse membra; una testa d’una bellezza ideale, un viso d’una dolcezza affascinante; un petto sollevato dalle aspirazioni di polmoni sani e vigorosi, dalle pulsazioni d’un cuore ardente. Egli ebbe delle braccia robuste che non rifuggivano dal maneggiare i pesanti strumenti dell’operaio di Nazareth, delle mani levate spesso per benedire, dei piedi instancabili d’apostolo sempre in traccia delle pecorelle smarrite. Gesù ebbe pure tutte le facoltà proprie della vita spirituale: i sensi per i quali passano le impressioni esterne destinate a trasformarsi in cognizioni intellettuali, i sentimenti che rispondono come un’eco profonda ai pensieri, un’intelligenza che conosce, una volontà che delibera e sceglie, un cuore che ama e si sacrifica. Privare Nostro Signore dell’uno o dell’altro dei suoi organi o delle sue facoltà, d’un membro corporale o d’una potenza spirituale, sarebbe farne un uomo incompleto e mutilare il capolavoro dell’Incarnazione (Chollet, Psychologie du Christ, t. I. p. 6).
Nostro Signore ci assomiglia in tutto. Non solo nell’anatomia del corpo e dell’anima, ma anche nel funzionamento dell’uno e dell’altra. La sua intelligenza, come la nostra, conosce, giudica, confronta, ragiona. La sua volontà delibera, sceglie, ordina. Il suo cuore ha delle simpatie, ama e odia d’un amore appassionato e
d’un odio vigoroso, come il nostro. Ama, naturalmente, il bene e odia il male, tutto il male.
Gesù è in tutto simile a noi uomini.
Nel deserto, Egli patisce la fame (Matt. IV, 2). Ritornando da Betania in Gerusalemme, nelle prime ore del mattino, è ancora tormentato dagli stimoli della fame (Matt. XXI, 18). Il suo organismo ha bisogno di nutrimento come il nostro, ed Egli deve mangiare. S’adatta alle nostre condizioni e prende il cibo che può e quanto può. Un giorno è così oppresso dalla folla, che fa ressa intorno a Lui, che non gli è possibile neppure prendere un boccone: e dai “saggi” sarà giudicato come un fanatico, uno squilibrato.
Un’altra volta, mangerà alla tavola di Levi: e i suoi nemici Lo accuseranno di sedere a mensa coi peccatori e colle donne di malaffare. Se prende cibo, liberamente e come tutti gli altri uomini, i suoi avversari ne approfitteranno per istituire dei confronti odiosi tra Lui e il suo Precursore, il grande Penitente che s’accontentava di miele selvatico e di cavallette.
In ogni modo, Gesù è uomo davvero e soggiace alle nostre necessità: mangia, beve, dorme, e, dopo le grandi fatiche dell’apostolato, è oppresso da stanchezza.
In fondo alla barca dei suoi amici pescatori, Gesù dorme (S. Matt. VIII, 24). Il suo sonno è così profondo che i fischi del vento, l’urlo della procella e lo sballottamento della barca investita dai flutti non valgono a svegliarlo. Così avviene anche a noi, quando fatiche ingenti o veglie prolungate ci gettano in un torpore profondo, in un sonno imperioso, che resiste a tutti i richiami al fracasso più assordante, alle scosse più vigorose. Il sonno e la stanchezza hanno presa sul suo organismo. Dopo un lungo viaggio sotto un sole cocente - un viaggio compiuto a digiuno, e in condizioni di spirito senza dubbio pietose, attraverso la Samaria - Gesù dà segni di profonda stanchezza. 
Egli si ferma, divorato dalla sete, ansante, coperto di sudore e di polvere, presso il pozzo di Sichem. Fatigatus ex itenere (S. Giov. IV, 6). Le fatiche da Lui sostenute, il digiuno e la pena interiore che ne abbatte le forze, Lo rendono visibilmente più stanco dei suoi apostoli.
Contro la sua abitudine, contro il suo proposito dichiarato di non voler essere servito, Egli manda i dodici nella vicina città a prendere qualcosa da mangiare. Certo, non ne può più.
E’ vero che quella stanchezza era stata preordinata come un’occasione propizia e naturale, a rendergli possibile un incontro con una donna, con una povera peccatrice, ansiosa di mutar vita. Ma il fatto della stanchezza rimane.E dovette essere, quella, una stanchezza grande, un accasciamento delle forze visibili, una spossatezza generale, perché gli apostoli, ritornati dalla città con un po’ di provvigione, gli fanno affettuosamente premura di mangiare: Rabbi, manduca!".

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