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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

giovedì 18 febbraio 2010

Passione e morte del Signore

Le contraddizioni evangeliche sulla passione e morte di Gesù sono numerose, al punto da indurre il lettore e lo studioso dei sacri testi a dubitare sulla veridicità dei fatti. Per ciò che ci riguarda non analizzeremo certamente queste contraddizioni che altri prima di noi hanno già studiato e vagliato, ma solo certi aspetti dei racconti evangelici, quelli che in altri saggi non abbiamo visto trattare dai critici e dagli studiosi. Subito una contraddizione in ordine alla passione e morte del Signore.

In Marco si dice che il Gesù, venne crocifisso alle nove del mattino. Leggiamo il testo:

“22 Poi condussero Gesù in un luogo detto Gòlgota (che significa "Luogo del Cranio").

23 Vollero dargli un po' di vino drogato, ma Gesù non lo prese.

24 Poi lo inchiodarono alla croce, e si divisero le sue vesti tirandole a sorte per decidere la parte di ciascuno.

25 Erano le nove del mattino quando lo crocifissero.

26 Sul cartello dove si scriveva il motivo della condanna c'erano queste parole: “Il re dei Giudei”.

27 Insieme con Gesù avevano messo in croce anche due briganti, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra.(Marco, 22-27).

E’ evidente una discordanza in ordine agli altri racconti evangelici, sia quello di Matteo, che quello di Luca e Giovanni che parlano del mezzogiorno come l’inzio dell’agonia di Gesù che, come sappiamo, si sarebbe protratta fino alle 3 del pomeriggio.

Don Marcello Farina, docente di filososfia all’Università di Trento, dice che bisogna intendere la dicitura le nove del mattino di Marco come l’ora nona, ovvero le tre del pomeriggio, ma la spiegazione del noto teologo non ci pare soddisfacente.

Altre contraddizioni vengono poi rilevate nei tempi del processo a Gesù che per gli evangelisti, soprattutto Marco, sarebbe durato una sola notte, mentre per molti storici addirittura alcuni giorni.

E questa è pure la nostra convinzione perchè non si sarebbe potuto processare Gesù davanti al Sinedrio, poi davanti a Pilato e per Luca anche davanti ad Erode in tempi così brevi. Risulta inversosimile che i sinedriti , il governatore romano ed il famoso tetrarca abbiano potuto intergaire fra loro in modo così rapido. I tempi delle questioni politiche e sociali, anche allora come oggi, erano molto lunghe. E’ plausibile l’ipotesi che il Nazzareno sia rimasto in prigione, in attesa di giudizio almeno per due giorni. Vero quindi che dal momento della cena pasquale, che secondo noi è collocabile fra la notte del Martedì e del Mercoledì e la crocifissione vera e propria, siano passate certissimamente almeno due giornate.

Su questa tesi troviamo d’accordo persino il contradditorio Craveri che afferma: “nemmeno le date dell’arresto di Gesù, che dovrebbero essere rimaste ben impresse nella memoria dei discepoli, si possono stabilire con sicurezza.... “Appena si fece giorno” (Lc. 22,66), Gesù fu processato da Pilato e il giorno stesso morì crocifisso...E’ assolutamente impensabile - commenta ancora Craveri - tutto ciò si sia svolto in così poco tempo, e proprio in un periodo di solenne festività che, se non Pilato in quanto romano, almeno i sacerdoti e gli stessi membri del Sinedrio avevano l’obbligo di santificare”.

Non ci troviamo in accordo però con il pensiero successivo di Craveri, il quale afferma che “inoltre, i passi evangelici che riferiscono l’interrogatorio di Gesù rivelano molte irregolarità che dimostrano come tale episodio sia stato “costruito” artificialmente, per addossare al massimo sugli Ebrei la responsabilità della morte di Gesù e giustificare almeno parzialmente i Romani, tra i quali il cristianesimo si andava diffondendo...(Quell’uomo chiamato Gesù, op.cit. pagg.147,148, L’espresso della storia Demetra).

Sul primo punto Craveri afferma: “Tra l’interrogatorio e la sentenza dovevano passare almeno ventiquattro ore. Ciò che ora non fu osservato. Ma nessuno dei discepoli potè certamente essere presente, ammesso che l’interrogatorio sia davvero avvenuto. Tutti e quattro i Vangeli dicono che soltanto Pietro osò entrare nell’atrio della casa del sacerdote, ma che richiesto da una serva e dalle guardie se fosse un discepolo di Gesù, egli lo negò per tre volte consecutive, a conferma di ciò che aveva detto il Maestro: “Prima che il gallo canti...”(ibidem, pagg.148,149).

Se è vero che tra il processo e la crocifissione passarono alcuni giorni, che cosa fece Gesù in quell’arco di tempo? Dove venne portato e dove passò quelle ore non è dato di sapere, nè gli evangelisti ne fanno riferimento nei loro racconti. Ci pare abbastanza credibile la possibilità che il giovane predicatore ebreo, il figlio del falegname, come era conosciuto tra la sua gente, abbia passato quei due giorni nelle segrete del palazzo romano di Pilato, magari in attesa che il governatore romano arrivasse dalla sua dimora abituale che come sappiamo era Cesarea Marittima[1], o forse in qualche cella del Tempio che poteva servire come luogo di transito in attesa di celebrare il processo.

Sentiamo l’autorevole parere di don Farina: “Marco conclude tutto in una notte come dicevamo. Giovanni invece ci mette più tempo, perchè sembra spostare l’ultima cena al Mercoledì. Ma questo perchè la cronologia dei quattro vangeli è ciò che interessa meno agli autori dei libri”.

Questo elemento tuttavia non sminuisce la credibilità dei sacri testi, anche se in essi vi possono essere delle contraddizioni.

“Siamo noi - continua ancora don Farina - ad avere una mentalità cronolgicamente esatta. Noi abbiamo una concezione della storia fatta di comprensione scientifica; esiste cioè un prima e un dopo. Per gli evangelisti il prima e il dopo non conta “un fico secco”, conta il mistero”.

Ma perchè allora nessuno degli evangelisti scrive una postilla o una nota in cui si afferma che si trattava di un racconto non attendibile in ordine alla cronologia dei tempi?

“Perchè - afferma ancora don Farina - loro non avevano alcun interesse in questo senso, anche perchè i Vangeli non crescono nella stessa comunità; ciascuno porta l’esperienza tipica di quella comunità. Ecco un altro grave elemento dal punto di vista crono-geografico: Marco, nel suo Vangelo, mette tutta la vita di Gesù in un viaggio da Nazareth a Gerusalemme, Luca ci fa vedere che Gesù è venuto almeno tre, quattro volte a Gerusalemme. L’intento degli evangelisti quindi è teologico, non è mai storiografico. Oggi l’idea di voler giustificare la veridicità dei Vangeli dall’esattezza cronologica è caduta e non ci si fa più caso, anzi i più grandi commentatori del Vangelo con estrema tranquillità accettano queste apparenti contraddizioni.

Secondo me il problema è che i Vangeli vanno letti con il lume della fede, e la fede è un dono che forse troppo poco viene chiesto a Dio. E’ per questo che i demitizzatori si aggrappano ad elementi spesso insignificanti da questo punto di vista. E’ come pretendere una certa storicità da Omero. E’ chiaro che Omero è realmente esistito, ma a noi non interessa più, nella nostra modernità, se sia stato una sola persona o due o tre.

I Vangeli hanno oltrepassato secoli di critica storica. Gli scritti apocrifi sono nati per contrastare la storicità dei Vangeli, ma sempre di più dal punto di vista storico si fa strada l’idea che gli evangelisti, avevano anche un grande senso degli eventi che capitavano.

Ad esempio gli scavi di Qumran sono un altro elemento che ci induce a diventare ancora più rigorosi rispetto alla lettura dei Vangeli, perchè Qumran e tutte le scoperte fatte in tempi successivi, tentano di far vedere che la comunità di Cristo, la prima comunità cristiana dipendeva dagli Esseni, che in fondo Cristo non è altro che un continuatore della spiritualità essena. E questa mi sembra una grossa critica nei confronti del cristianesimo nascente”.

Affrontiamo un’altra questione e questa volta, lo promettiamo, di ordine teologico e non storico. Il quesito che ci poniamo è il seguente: “E se Gesù si fosse rifiutato di adempiere alla missione del Padre? Che cosa sarebbe accaduto? Se Egli non avesse accettato di bere il calice del sacrificio, che sviluppo avrebbero avuto gli eventi? Certo Egli poteva fuggire, ritirarsi in casa di qualche amico, di Lazzaro il neorisuscitato di quei giorni. Ma egli non lo fece perchè doveva far si che si compissero le cose stabilite dal Padre Suo. Già lo disse davati ai dottori del tempio quando dodicenne Maria e Giuseppe, sconvolti lo cercavano credendolo samarrito per le vie di Gerusalemme. Poteva non farlo in età matura, quando decise di uscire da Nazareth per la predicazione pubblica che annunciava l’avvento del Regno di Dio sulla terra?

Dio non avrebbe certo scelto quell’anima privilegiata per compiere il suo disegno, nè si sarebbe incarnato in lui se avesse saputo in grazia della sua onniscienza che Gesù poteva non “fare” la sua volontà. Tutto era preordinato secondo la sapienza del Creatore. Gesù non avrebbe rifiutato, non perchè costretto, ma per amore di Dio e degli uomini, perchè Egli stesso era Dio e Dio non può che muoversi nell’amore totale che arriva fino alla donazione completa. L’amore lo esige, lo dicemmo e lo ripeteremo ancora, l’amore esige una certa dipendenza dall’amato e dall’amata. In un certo senso scopriamo un’impotenza divina che si esprime nell’amore senza riserve.

L’amore è un motore che muove le montagne. Anche noi l’abbiamo sperimentato nella nostra piccola esistenza terrena. Figuriamoci cosa può essere l’amore di Dio!!!

Cade quindi la possibilità che Gesù avrebbe potuto rifiutare quella missione, per lo meno dal punto di vista divino, il problema resta invece dal punto di vista umano. E allora? Dio avrebbe compiuto in altro modo la necessaria redenzione?

La risposta non può essere che una: Certamente.

E sempre in maniera consona alla sua infinita sapienza e al suo amore per gli uomini, richiedendo un sacrificio infinito per coprire un’offesa infinita. In che modo non ci è dato di investigare. Del resto sarebbero solo balbettii senza significato i nostri. Accettiamo di fermarci davanti al mistero. Questa è la nostra fede.



[1] Leggiamo in Messori: “In qualità di giudice a nome dell’Impero ebbe il suo bel da fare nella fatale imminenza della Pasqua dell’anno 784 ab Urbe conditia, in quella cupa città di Gerusalemme che, proprio perchè così cara a ogni pio israelita, gli sembrava tanto insopportabile da trasferirvisi per puro dovere solo durante le festività di primavera. Per il resto dell’anno, mille volte meglio, per i suoi gusti di figlio della civiltà classica, la limpidezza del mare e delle architetture greco-romane di Cesarea. (Patì sotto Ponzio Pilato?, op.cit.pag.92. Sei Torino).

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