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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona he faceva miracoli come Padre Pio

mercoledì 10 febbraio 2010

Il significato della morte nelle società occidentali contemporanee


Ciascuno uomo comprende, nel profondo di sè, che la morte presto o tardi lo toccherà; egli conosce l’ineluttabilità del morire e possiede la nozione dell’eternità. Tuttavia, la morte, nelle società contemporanee, soprattutto quelle occidentali, sembra essere stata cancellata dall’efficientismo e dal materialismo; l’uomo preferisce dimenticarla, nasconderla, fingere che non esista relegarla in panchina, come se fosse un optional, un problema da affrontare nel momento in cui si presenta, e forse nemmeno.
“Nel parlare sul tema della morte - scrivono Norbert Greinacher e Alois Muller - i cristiani incorrono nel pericolo di saperla troppo lunga, di proporsi come persone troppo competenti sull’argomento. Bisogna che si pongano invece in atteggiamento di ascolto, perchè l’umanità stà facendo esperienza del fenomeno della morte da migliaia di secoli, mentre il cristianesimo “soltanto” da duemila anni a questa parte...” (Concilium 4/74, pag.17 Queriniana Brescia).
Johann Hofmeier, afferma che “i critici della vita sociale parlano di un nuovo modo di esistenza in un mondo in cui, a seguito di un totale rivolgimento, si potrebbe giungere alla soppressione della morte...Le società d’oggi, scrive ancora Hofmeier, “condannano la riduzione della morte a tabù e l’esilio della società cui è costretto il morente. Più ancora la privatizzazione e commercializzazione dell’atto del morire, con la conseguente insicurezza ed assenza di aiuto in cui viene a trovarsi l’uomo d’oggi in rapporto a colui che stà per morire.(Ibidem, pagg.21, 22).
Oggi la morte è vista come un tabù, come una realtà cruda da dimenticare, perchè a discapito della realizzazione terrena dell’uomo. Davanti ad essa c’è imbarazzo, disgusto, dimenticanza. Conta solo la vita quella terrena, ben pochi pensano al dopo morte e a quello che potrebbe accadere una volta raggiunta la nuova dimensione.
Contrariamente a quanto pensano gli uomini con il loro tecnicismo e l’elisir di lunga vita, “non siamo diventati eterni, neppure nell’era dei prodigi tecnologici”. (Scommessa sulla morte, Vittorio Messori, pag. 15. Sei Internazionale). Il noto scrittore cattolico afferma che considera morboso non occuparsi della morte, ignorarla, tacerne, come è di moda oggi.
“Infatti - afferma Padre Livio Fanzaga - il nostro tempo ha steso sulla morte una coltre di omertà, ha avvolto la morte di una nebbia fitta: la sola parola viene censurata ed eliminata dal linguaggio, le immagini di morte vengono sempre più nascoste, per cui potremmo dire che oggi non è più possibile parlare di morte e guardarla in faccia. Essa è diventata un grande tabù, tutti inconsciamente cerchiamo di rimuovere questa realtà così ingombrante che ci costringe a fare i conti con la vita".

La morte come tabù

Hofmeier dice ancora che “aiutare la morte ad uscire dal nascondimento significa aiutare la vita” (Ivi, pag.15). Nulla di più vero e cita alcuni pensatori “eterni” come Ariès che afferma: “Dimenticare la morte e i morti significa rendere un pessimo servizio alla vita e ai vivi”. Oppure Jung, noto psicanalista: “Un uomo che non si ponga il problema della morte e non ne avverta il dramma, ha urgente bisogno di essere curato”. Ed ancora il buon Pascal che lascia sgomenti con i suoi pensieri: “Gli uomini, non potendo guarire la morte e sperando di essere più felici hanno deciso di non pensarci. E’ tutto ciò che hanno saputo escogitare per consolarsi. Ma è un rimedio ben misero perchè invece di affrontare il male, non vuole che nasconderlo fino a quando si può”.(Ivi, pagg.16, 23).
Ed invece come giustamente afferma Messori, la morte “non è una fastidiosa formalità alla quale adempiere un giorno remoto: ma una realtà quotidiana, la possibilità di ogni istante”.
Frase terribile se vogliamo, ma assai saggia ed illuminata. E’ a questa realtà che l’uomo d’oggi sfugge, credendo di poterla sempre rimandare a momenti più consoni ai suoi umori passeggeri, illudendosi di poterla stigmatizzare con vani sogni di gloria, oppure esorcizzare con un atteggiamento efficientista, scevro dalle responsabilità che essa comporta.
Le scritture sacre, i testi canonici, sono infarciti di frasi del tipo: “Vigilate”, “Non sapete quando verrà”, “Non fatevi trovare impreparati”, “Non lasciate che la morte vi colga come un ladro di notte”, “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.
Questi continui ed insistenti moniti, che appaiono a qualcuno anacronisitici, hanno una loro ragion d’essere. Non se ne sarebbe trattato così ampiamente se realmente il problema non fosse stato urgente ed importante.
Il destino eterno dell’anima, ci pare un’argomentazione più che sufficiente per potersi prendere la briga di fermarsi un attimo a pensare a quella che molti definiscono una terribile realtà, il vero dramma della vita, la possibilità di ogni istante. L’uomo, afferma Messori, citando uno studio di Jung, ha due problemi, o meglio due angosce di base: quella della follia e quella della morte. Proprio per questo motivo si cerca di rimuoverla, perchè agisce sulla coscienza umana, sulla psiche in modo intollerabile. In che modo? Protestando contro essa ad esempio. “Far figli - afferma ancora Messori - è da sempre, ed è ancor oggi, una protesta contro la morte”.(Ivi, pag.33).
Un modo per rimuovere quest’angoscia, ma non per risolvere il problema. E’ come curare i sintomi, ma non fare nulla per sconfiggere gli agenti patogeni di una malattia che ci stà divorando; l’uomo genera altre vite, un altro modo per stigmatizzare l’angoscia della morte: per dimenticare la morte, ignorarla, far finta che....non esista. Taluni, quando si trovano a tu per tu con la morte si ribellano, non l’accettano come compagna dell’ultimo viaggio, preferirebbero una avvenente ragazza con capelli biondi e occhi azzurri, una fatina con i capelli turchini, un angelo, forse anche un demonio, qualsiasi cosa, ma non la maschera scheletrica e lo spauracchio con la falce e il mantello.
Per molti è così che appare, perchè credono che sia la fine di tutto, il compimento di un viaggio spesso lasciato a metà, che non li ha soddisfatti, che non ha permesso loro di esaudire tutti i desideri che avevamo nell’animo. La morte - dicono costoro - ci costringe ad abbandonare beni materiali e affetti (spesso smodati)  ai quali non vogliamo, nè sappiamo rinunciare.

Estratto da Beppe Amico - inedito: "La vita del mondo che verrà". Copyright 2010

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