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martedì 1 dicembre 2009

Dio si uniforma alla temporalità dell'uomo

di Beppe Amico

“Io credo - afferma don Tomasi[1] - che il rapporto tra Dio e gli uomini stà in questi termini: da parte di Dio c’è un pensiero che permane nei confronti dell’uomo e questo pensiero, che è un progetto che si realizza, che giunge ad attuazione, porta in sè uno dei paradossi del cristianesimo. Come, una realtà infinita, una potenza infinita come quella di Dio, può essere bloccata dalla libertà finita dell’uomo che può dire no al suo progetto? Quì subentra il concetto di misericordia di Dio da una parte, una misericordia straordinaria, gratuita, incondizionata, Dio ama la sua creatura ed è disposto a fare qualsiasi cosa per lei e dall’altra parte una giustizia che arriva fino al punto di rispettare la libertà della sua creatura. In che modo è possibile conciliare questa tesi. Io dico sempre: “Se Dio ci ha creati, nel momento stesso in cui uno di noi si allontana da lui con una opzione fondamentale irreversibile e va verso la dannazione, poichè Dio ci ama, non porta una ferita in Dio? Come può Dio eternamente vivere sapendo che una sua creatura è eternamente dannata? Questo è uno dei misteri e Balthasar, famoso teologo, dice: “Io credo che l’inferno esista, perchè me lo dice la Chiesa, però spero che sia vuoto, che cioè la misericordia di Dio sia più grande della nostra libertà, della giustizia...”.

La debolezza di Dio

Un punto abbiamo per certo. Sappiamo che, nemmeno Dio, può nulla contro la libera volontà dell’uomo.

“Ci sono pagine bellissime di David Maria Turoldo - dice don Tomasi - che parlano di un Dio debole. Il cristianesimo afferma che la libertà dell’uomo, pur essendo finita, è una vera libertà che si gioca con delle scelte parziali, quotidianamente con delle scelte più o meno importanti, le quali scelte costruiscono quella che viene chiamata l’opzione fondamentale per cui l’anima delle creature si orienta verso Dio, oppure, al contrario contro Dio.

Io mi domando se è più importante affermare la mia libertà, la definitività che l’esercizio della mia libertà mi può dare nel bene o nel male o è più giusto credere che vale di più la misericordia di Dio sulla mia libertà e quindi vale la pena che Dio faccia violenza alla mia libertà per stare con lui.

Ranner disse che poichè la morte segna la fine dell’esercizio della libertà, quell’istante diventa un istante unico rispetto a tutti gli altri, cioè di un valore infinitamente alto.

Per cui è possibile che l’uomo in quell’istante - dice Ranner - e penso che Dio gli conceda questa grazia, cioè di fare una sintesi della sua vita, l’uomo possa anche rinnegare gli atteggiamenti negativi avuti durante tutta la sua vita.

A quel punto - afferma ancora Ranner - poichè è qualitativamente diverso rispetto a tutta la storia precedente, anche l’empio come dice il profeta Ezechiele vivrà. Ciò che conta quindi è l’ultima scelta. Poi Ranner è anche molto cauto e dice: “se questo è ipotizzabile, mi sembra molto improbabile che accada per coloro che tutta la vita hanno preferito la loro legge anzichè quella di Dio”.

Da una parte ipotizziamo sempre la possibilità per l’uomo di ravvedersi, dall’altra sappiamo che radicarsi nel male aumenta la difficoltà ad uscire dal meccanismo distorto del male.

Dio pertanto, venendo alla domanda che mi aveva posto, può modificare il progetto per aiutare l’uomo a ritornare a Lui.

Il pensiero di Dio del resto è solo questo: salvare l’uomo e fare in modo che la creatura sia amica del Creatore. Ora per raggiungere questo obbiettivo che è l’obbiettivo finale, metastorico, Dio può mettere sulla strada dell’uomo determinate opportunità. Io sono diventato sacerdote per esempio perchè ho avuto determinate opportunità.

E’ vero, come dice lei, che questo pensiero è in contrasto con la prescienza di Dio, ma il discorso è sempre quello: a noi non è dato di capire che fine hanno fatto tutti gli uomini che ci hanno preceduto. Dove sono i morti? Bisogna fare però questa considerazione, perchè la prescienza di Dio non è il vedere distaccato e l’impossibilità di intervenire nelle situazioni contingenti. Dio vede come va la storia e interviene, però gli interventi di Dio si confrontano con la libertà umana. Questo risulta essere uno dei grandi misteri del soprannaturale. La Chiesa ci insegna da una parte a non presumere della salvezza, cioè di ritenersi dei redenti, dei giusti, dei salvati, come i calvinisti, dall’altra di non dubitare della salvezza. Quindi nessuno deve avere la presunzione di dire che non verrà perdonato a causa degli enormi peccati che ha commesso”.

Consentiteci però questa domanda: se le cose stanno realmente così, l’uomo può fare solo delle microscelte nella sua vita, perchè il suo destino è segnato, preordinato. Non è vero?

Don Tomasi risponde così: “Mi viene in mente una frase di Agostino, il quale dice: “Dio premia quelli che sono i nostri meriti, ma che in realtà sono suoi doni”. Noi raggiungiamo un obbiettivo, credendo di averlo raggiunto con le nostre forze, ma in realtà ci siamo arrivati perchè qualcuno ci ha sostenuto, ci ha guidato e ci ha fatto passare per quelle vie che lui voleva.

Un esegeta dice che l’amore con cui noi amiamo e che è il senso della nostra vita, è l’amore di Dio in noi”. In pratica noi crediamo di amare, ma lo facciamo perchè qualcuno ci ama per primo. E questo è anche spiegato dalla psicologia dell’età evolutiva che dice appunto che l’individuo è capace di amare perchè è stato amato precedentemente.

Potremmo dire che Dio ha creato l’uomo e lo ha programmato in una certa maniera perchè raggiunga un certo risultato. Possiamo augurarci che Dio faccia in modo che nonostante le interruzioni e le deviazioni l’obbiettivo sia raggiunto ugualmente, però non possiamo dirlo con una certezza matematica. Quindi è vero che forse noi facciamo soltanto delle microscelte”.



[1] Mons. Tomasi di Trento, collaboratore del vescovo e professore di teologia.

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