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"Chi salva un'anima, ha assicurata la propria alla felicità eterna" (Sant'Agostino).

Guarda il video e ascolta la voce di Suor Pura Pagani

Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona he faceva miracoli come Padre Pio

venerdì 13 novembre 2009

La sofferenza e il suo valore salvifico.

Secondo la dottrina della Chiesa cattolica, la sofferenza, qualunque essa sia, costituisce la vera tavola della salvezza.

Una sofferenza accettata e offerta a Dio, un mezzo per elevare e purificare lo spirito, ottenere grazia e santità.

Questa caratteristica è comune a moltissime religioni - non solo quella cattolica – che vedono nella sofferenza il modo per raggiungere le più alte vette dello spirito.

Non abbiamo qui molto spazio, ma qualche accenno lo possiamo dare.

Don Amorth si rivolge così a coloro che non sanno darsi una spiegazione del dolore e delle cose terribili che avvengono nel mondo e che secondo tanta gente, Dio potrebbe impedire o fermare. Questi ultimi talvolta lo accusano di indifferenza, sostenendo che spesso, anzi troppo spesso, Dio potrebbe intervenire e non lo fa.

“Dio non rinuncia mai ad essere il reggitore della storia umana - dice Don Amorth - anche se rispetta la grandezza che ha dato all’uomo, intelligente e libero. Non cessa di tenere in mano le sorti dell’umanità e anche se ci sono degli sbandamenti poi riesce sempre a risanare le cose.

Anche in questo caso dobbiamo riferirci ai libri sacri, alla Rivelazione, perchè tutta la storia di Israele ci mostra un popolo che si allontana continuamente da Dio e si da all’idolatria. Ecco perchè anche oggi la gente si allontana dalla fede, si dà a maghi e cartomanti, stregoni, sette, new age e compagnia. Però la scrittura ci dice anche come Dio richiama, richiama, richiama e poi permette che arrivi il castigo.

Ecco il primo esilio e poi il secondo, ma poi Dio risalva il suo popolo, lo richiama e lo ricostruisce. Lo riferiscono anche i profeti nelle scritture: - Qualche cosa di buono che sempre resta, questo seme che poi tornerà a svilupparsi -. E’ Dio, che rispetta il libero arbitrio dell’uomo, ma in una forma che noi non arriviamo a comprendere con esattezza...Egli non cessa di avere in mano le redini della storia”.

“Se vuoi essere un prediletto del Signore – recitano i passi evangelici - prendi ogni giorno la tua croce e segui Gesù”... e imita il suo esempio.

E’ importante saper accettare anche le piccole sofferenze, perchè solo sopportando quelle, riusciremo a portare anche le più grandi. Per questo – consigliano i predicatori - è opportuno di tutto fare una continua offerta al Signore.[1]

Inoltre agli occhi di Dio, anche la più piccola sofferenza, apparentemente insignificante secondo il nostro giudizio, ha un grande valore salvifico, se noi la offriamo a Lui con tutto il cuore.

Per comprendere il valore della sofferenza possiamo raccontarvi ciò che disse Padre Pio ad un suo figlio spirituale che un giorno chiese al frate quanto ancora avrebbe dovuto sopportare quella tribolazione:

“Figlio mio - disse Padre Pio - non arrossire davanti alla sofferenza, perchè quando un giorno dovessi riconoscere di non aver sofferto, inginocchiati davanti a Gesù sacramentato e chiedi perdono, perchè sicuramente ne avrai combinata una delle tue, chiedi perdono perchè il Signore ti ha tolto una delle grazie più grandi che potresti desiderare: la croce”.


[1] Il valore dell’offerta era molto diffuso nel popolo ebraico. Un tempo si elevavano olocausti per propiziarsi il Cielo. Capri, agnelli, vittime sacrificali offerte al Signore perché stenda sul suo popolo la sua mano pietosa. Quella di oggi è un’offerta diversa, ma sempre utile ed importante. Offrire il dolore, le contrarietà, le difficoltà di ogni giorno, unite alle gioie e al lavoro di tutti i giorni è segno di fede e di speranza in Dio.

La Coroncina alla Divina Misericordia NUOVA EDIZIONE (SI RECITA USANDO LA CORONA DEL ROSARIO)


All’inizio:
Recita di 1 Pater, Ave e Gloria

Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.

Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore é con Te. Tu sei benedetta fra le donne, e benedetto é il frutto del Tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, com’era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Recita del Credo Istituzionale o formula breve

Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di la verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Sui grani del Padre nostro si recitano le parole seguenti:

Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

Sui grani della prima decina dell’Ave Maria si recitano le parole seguenti:
Per l’amarezza infinita del cuore di Gesù nell’orto degli Ulivi, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la tristezza della Sua anima nella visione di tutti i peccati passati, presenti e futuri, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il dolore che provò sapendo che il Suo sangue innocente sarebbe stato sparso invano per molti, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le tentazioni da Lui subite nella passione dell’Orto, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per l’abbandono degli Apostoli, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per l’angoscia mortale da cui fu pervasa la sua anima, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la paura, il terrore e la tensione che gli fecero sudare sangue, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il tradimento dell’Iscariota, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per tutte le offese recate a Colui che passò nel mondo beneficandoci, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per tutti coloro che ancora oggi continuano a crocifiggere il Figlio di Dio con ingratitudini e disgusti al Suo Cuore trafitto, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

Sui grani della seconda decina dell’Ave Maria si recitano le parole seguenti:

Per le umiliazioni inflitte a Gesù davanti al Sinedrio, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le ingiurie e le offese di coloro che lo condannarono, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il rinnegamento di Pietro, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la Sua infinita umiltà nel sopportare i dolori della passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per l’indulgenza e il perdono verso i suoi persecutori, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i colpi di flagello che squartarono le Sue carni immacolate, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la durezza dei cuori dei soldati romani che lo schernivano e lo beffeggiavano, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le dolorose ferite provocate dalla coronazione di spine, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il Sacrificio infinito di Gesù – Uomo Dio e nostro Salvatore, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il rinnovarsi delle ferite nel Suo Sacratissimo Cuore a causa di coloro che lo rinnegano e lo disconoscono, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

Sui grani della terza decina dell’Ave Maria si recitano le parole seguenti:

Per l’umiliante processo davanti a Pilato e ad Erode, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le percosse, i pugni e gli schiaffi che ricevette durante la Sua passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la sua condanna a morte, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolori strazianti provocati dal palo della croce che portò fino al Calvario, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le cadute di Gesù lungo la via del Golgota, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la febbre alta e la sete che lo afflissero dopo la flagellazione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le frustate e le bastonate che ricevette sulla via del Calvario abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolori terribili che provò a causa delle ferite aperte e sanguinanti nel momento in cui gli strapparono le vesti di dosso per crocifiggerlo, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per l’umiliazione che ricevette il Suo spirito eletto nel vedersi denudato di fronte alla folla, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolori strazianti provocati dai chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

Sui grani della quarta decina dell’Ave Maria si recitano le parole seguenti:

Per i terribili spasmi del corpo sussultante durante le tre ore di agonia, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolorosissimi crampi che colpirono tutte le Sue membra sulla croce, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il sudore, il caldo, il freddo, la spossatezza, la febbre, la sete, le molestie degli insetti e di tutti gli agenti atmosferici avversi che lo martoriarono sulla croce, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il senso di abbandono di Dio che provò nella Sua agonia, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolori spirituali che lo afflissero nel vedere le sofferenze dei suoi amici e parenti nel luogo del supplizio, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i dolori e le angosce della Sua Santissima Madre, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per le ultime tentazioni che sopportò durante la Sua crocifissione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la continua e sfibrante sofferenza provocata dai chiodi che martoriavano le Sue carni, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la sensazione di soffocamento che provò durante la Sua agonia, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la sensazione di solitudine e di abbandono da parte dei Suoi amici, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

Eterno Padre, Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.

Sui grani della quinta decina dell’Ave Maria si recitano le parole seguenti:

Per le ferite sanguinanti del Suo corpo martoriato che procuravano alle membra dolori lancinanti, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la debolezza fisica che provò durante la Sua agonia, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il Suo Sangue sparso con tanto fuoco d’amore, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per lo strazio del cuore di Maria nel vedere il Suo Figliolo così torturato, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per la ferita del costato che venne trafitto dalla lancia, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i meriti della Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i meriti di tutti coloro che si conformano al Cristo sofferente, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i meriti di tutti i sofferenti nel corpo e nello spirito, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per i meriti di tutti coloro che completano ciò che manca alla Passione di Gesù, Nostro Salvatore, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Per il martirio di tutti i santi immolati per la causa di Dio, abbi misericordia di noi e del mondo intero.

Per finire si ripete per tre volte:

LA CROCIFISSIONE E MORTE DI GESU’

Dal volume di Pierre Barbet - "La Passione di Cristo secondo il chirurgo" Descrizione degli atroci dolori sofferti da Gesù durante la sua Passione, fatta da un dottore francese sulla base dei Vangeli e della Sindone.

Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per tredici anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione.
Gesù entrato in agonia nel Getsemani - scrive l'evangelista Luca-pregava più intensamente. E diede in un sudore "come gocce di sangue" che cadevano fino a terra.
Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico.
Il sudar sangue, o ematoidrosi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato il Martire.
Tale tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudoripare, il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.
Conosciamo la farsa del processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l'invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna apposita, alta circa tre metri, che termina con un anello. La flagellazione si effettua con delle strisce di cuoio multiple su cui sono fissate due palline di piombo. Le tracce nella Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulla spalla, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul petto.
I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla.
A ogni colpo Gesù trasale in un soprassalto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una vertigine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena. Se non fosse appeso, quasi, per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue.
Poi lo scherno della coronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di corona e glielo applicano sul capo. Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto). Dalla Sindone si rivela che un forte colpo di bastone, dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea.
Pilato, dopo aver mostrato quell'Uomo straziato alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione. Caricano sulle spalle di Gesù il grosso legno della croce; pesa una cinquantina di chili, ma peserebbe di più se non toccasse il terreno con il palo verticale. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare, cosparso di ciottoli. I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non e molto lungo: circa seicento metri. Gesù, a fatica, trascina un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia. E la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando Egli cade a terra, la trave gli sfugge e gli scortica il dorso.
Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici, spogliano il Condannato; ma la sua tunica è incollata alle ferite e il toglierla è atroce. Avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta.
Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva: a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto dalle piaghe. I carnefici danno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca uno svenimento?
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene disteso sul dorso. Le sue piaghe si incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sulla croce, gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi. Le spalle della Vittima hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della corona gli hanno lacerato il cranio. La sua povera testa è inclinata in avanti, poiché lo spessore della corona di spine le impedisce di appoggiarsi al legno. Ogni volta che il Martire solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù, con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno: orribile supplizio! Gesù deve avere spaventosamente contratto il volto. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento violento si e posto in opposizione nel palmo della mano; il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo, che si è diffuso nelle dita, è passato, come una lingua di fuoco, nella spalla e gli ha folgorato il cervello. È il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca uno svenimento e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto!
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene disteso sul dorso. Le sue piaghe si incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sulla croce, gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi. Le spalle della Vittima hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della corona gli hanno lacerato il cranio. La sua povera testa è inclinata in avanti, poiché lo spessore della corona di spine le impedisce di appoggiarsi al legno. Ogni volta che il Martire solleva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù, con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno: orribile supplizio! Gesù deve avere spaventosamente contratto il volto. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento violento si e posto in opposizione nel palmo della mano; il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo, che si è diffuso nelle dita, è passato, come una lingua di fuoco, nella spalla e gli ha folgorato il cervello. È il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca uno svenimento e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto!
Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è distrutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino teso sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà, risvegliando dolori strazianti. Un supplizio che durerà tre ore. Così fanno anche per l'altra mano.
Gli inchiodano i piedi, il sinistro sopra il destro, con un chiodo grosso e lungo il doppio di quello usato per le mani. Operazione ancora più difficile delle mani, perché i piedi scivolano per la scossa del martello.
Il boia e i suoi aiutanti impugnano le estremità della croce; sollevano Gesù, poi rapidamente la incastrano nella buca già preparata per sostenere il patibolo.
È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro inferiore comincia a pendere.
La gola, secca, gli brucia, ma Egli non può deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta della canna, una spugna imbevuta di bevanda acidula, in uso tra i militari. Tutto ciò è una tortura atroce.
Uno strano fenomeno si produce sul corpo di Gesù.
I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i muscoli delle spalle e delle braccia sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si direbbe un
ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono descrivere. È ciò che i medici chiamano tetania, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori.
Il respiro si è fatto, a poco a poco, più corto. L'aria entra con un sibilo, ma non riesce più ad uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ha sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.
Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'aria, nonpossonopiù svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio!
Ma cosa avviene? Lentamente con uno sforzo sovrumano, il Crocifisso ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono.
La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.
Perché questo sforzo? Perché Gesù vuole parlare: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno". Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende.
Sono state tramandate sette frasi, pronunciate dal Signore in croce: ogni volta che vuol parlare, dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi: inimmaginabile!
Sciami di mosche, grosse mosche verdi e blu, ronzano attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso e sulle piaghe, ma Egli non può scacciarle. Dopo un po', il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa.
Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre: di quando in quando si solleva per respirare. È l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato. Una tortura che dura tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani, gli hanno strappato un lamento: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Ai piedi della croce stava la Madre di Gesù. Potete immaginare quale strazio Ella provò? A Lei affida Giovanni.
Poi Gesù esclama: "Tutto è compiuto!".
Infine, con immensa rassegnazione, dice: "Padre, nelle tue mani raccomando il mio Spirito".
Emette un alto grido.

venerdì 6 novembre 2009

Dio e la guarigione

Ecco un interessante estratto della Congregazione per la dottrina della fede tratto dal sito del Vaticano che riguarda uno degli aspetti più controversi della vita di ciascun uomo: il dolore, la sofferenza e la malattia. Riteniamo utile riproporlo integralmente perchè molto chiaro e fruibile e soprattutto utile a dipanare alcuni dubbi sul significato della sofferenza nel mondo.

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE


ISTRUZIONE 
CIRCA LE PREGHIERE PER OTTENERE DA DIO LA GUARIGIONE



INTRODUZIONE
L'anelito di felicità, profondamente radicato nel cuore umano, è da sempre accompagnato dal desiderio di ottenere la liberazione dalla malattia e di capirne il senso quando se ne fa l'esperienza. Si tratta di un fenomeno umano, che interessando in un modo o nell'altro ogni persona, trova nella Chiesa una particolare risonanza. Infatti la malattia viene da essa compresa come mezzo di unione con Cristo e di purificazione spirituale e, da parte di coloro che si trovano di fronte alla persona malata, come occasione di esercizio della carità. Ma non soltanto questo, perché la malattia, come altre sofferenze umane, costituisce un momento privilegiato di preghiera: sia di richiesta di grazia, per accoglierla con senso di fede e di accettazione della volontà divina, sia pure di supplica per ottenere la guarigione.
La preghiera che implora il riacquisto della salute è pertanto una esperienza presente in ogni epoca della Chiesa, e naturalmente nel momento attuale. Ciò che però costituisce un fenomeno per certi versi nuovo è il moltiplicarsi di riunioni di preghiera, alle volte congiunte a celebrazioni liturgiche, con lo scopo di ottenere da Dio la guarigione. In diversi casi, non del tutto sporadici, vi si proclama l'esistenza di avvenute guarigioni, destando in questo modo delle attese dello stesso fenomeno in altre simili riunioni. In questo contesto si fa appello, alle volte, a un preteso carisma di guarigione.
Siffatte riunioni di preghiera per ottenere delle guarigioni pongono inoltre la questione del loro giusto discernimento sotto il profilo liturgico, in particolare da parte dell'autorità ecclesiastica, a cui spetta vigilare e dare le opportune norme per il retto svolgimento delle celebrazioni liturgiche.
E' sembrato pertanto opportuno pubblicare una Istruzione, a norma del can. 34 del Codice di Diritto Canonico, che serva soprattutto di aiuto agli Ordinari del luogo affinché meglio possano guidare i fedeli in questa materia, favorendo ciò che vi sia di buono e correggendo ciò che sia da evitare. Occorreva però che le determinazioni disciplinari trovassero come riferimento una fondata cornice dottrinale che ne garantisse il giusto indirizzo e ne chiarisse la ragione normativa. A questo fine è stata premessa alla parte disciplinare una parte dottrinale sulle grazie di guarigione e le preghiere per ottenerle.
I. ASPETTI DOTTRINALI
1. Malattia e guarigione: il loro senso e valore nell'economia della salvezza
«L'uomo è chiamato alla gioia ma fa quotidiana esperienza di tantissime forme di sofferenza e di dolore».(1) Perciò il Signore nelle sue promesse di redenzione annuncia la gioia del cuore legata alla liberazione dalle sofferenze (cfr. Is 30,29; 35,10; Bar 4,29). Infatti Egli è «colui che libera da ogni male» (Sap 16,8). Tra le sofferenze, quelle che accompagnano la malattia sono una realtà continuamente presente nella storia umana e sono anche oggetto del profondo desiderio dell'uomo di liberazione da ogni male.
Nell'Antico Testamento, «Israele sperimenta che la malattia è legata, in un modo misterioso, al peccato e al male».(2) Tra le punizioni minacciate da Dio all'infedeltà del popolo, le malattie trovano un ampio spazio (cfr. Dt 28,21-22.27-29.35). Il malato che implora da Dio la guarigione, confessa di essere giustamente punito per i suoi peccati (cfr. Sal 37; 40; 106,17-21).
La malattia però colpisce anche i giusti e l'uomo se ne domanda il perché. Nel libro di Giobbe questo interrogativo percorre molte delle sue pagine. «Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell'Antico Testamento. (...) E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova».(3)
La malattia, pur potendo avere un risvolto positivo quale dimostrazione della fedeltà del giusto e mezzo di ripagare la giustizia violata dal peccato e anche di far ravvedere il peccatore perché percorra la via della conversione, rimane tuttavia un male. Perciò il profeta annunzia i tempi futuri in cui non ci saranno più malanni e invalidità e il decorso della vita non sarà più troncato dal morbo mortale (cfr. Is 35,5-6; 65,19-20).
Tuttavia è nel Nuovo Testamento che l'interrogativo sul perché la malattia colpisce anche i giusti trova piena risposta. Nell'attività pubblica di Gesù, i suoi rapporti coi malati non sono sporadici, bensì continui. Egli ne guarisce molti in modo mirabile, sicché le guarigioni miracolose caratterizzano la sua attività: «Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità» (Mt 9,35; cfr. 4,23). Le guarigioni sono segni della sua missione messianica (cfr. Lc 7,20-23). Esse manifestano la vittoria del regno di Dio su ogni sorta di male e diventano simbolo del risanamento dell'uomo tutto intero, corpo e anima. Infatti servono a dimostrare che Gesù ha il potere di rimettere i peccati (cfr. Mc 2,1-12), sono segni dei beni salvifici, come la guarigione del paralitico di Betzata (cfr. Gv 5,2-9.19-21) e del cieco nato (cfr. Gv 9).
Anche la prima evangelizzazione, secondo le indicazioni del Nuovo Testamento, era accompagnata da numerose guarigioni prodigiose che corroboravano la potenza dell'annuncio evangelico. Questa era stata la promessa di Gesù risorto e le prime comunità cristiane ne vedevano l'avverarsi in mezzo a loro: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (...) imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). La predicazione di Filippo a Samaria fu accompagnata da guarigioni miracolose: «Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati» (At 8,5-7). San Paolo presenta il suo annuncio del vangelo come caratterizzato da segni e prodigi realizzati con la potenza dello Spirito: «non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all'obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito» (Rm 15,18-19; cfr. 1Ts 1,5; 1Cor 2,4-5). Non è per nulla arbitrario supporre che tali segni e prodigi, manifestativi della potenza divina che assisteva la predicazione, erano costituiti in gran parte da guarigioni portentose. Erano prodigi non legati esclusivamente alla persona dell'Apostolo, ma che si manifestavano anche attraverso i fedeli: «Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?» (Gal 3,5).
La vittoria messianica sulla malattia, come su altre sofferenze umane, non soltanto avviene attraverso la sua eliminazione con guarigioni portentose, ma anche attraverso la sofferenza volontaria e innocente di Cristo nella sua passione e dando ad ogni uomo la possibilità di associarsi ad essa. Infatti «Cristo stesso, che pure è senza peccato, soffrì nella sua passione pene e tormenti di ogni genere, e fece suoi i dolori di tutti gli uomini: portava così a compimento quanto aveva scritto di lui il profeta Isaia (cfr. Is 53,4-5)».(4) Ma c'è di più: «Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. (...) Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione. Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo».(5)
La Chiesa accoglie i malati non soltanto come oggetto della sua amorevole sollecitudine, ma anche riconoscendo loro la chiamata «a vivere la loro vocazione umana e cristiana ed a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose. Le parole dell'apostolo Paolo devono divenire il loro programma e, prima ancora, sono luce che fa splendere ai loro occhi il significato di grazia della loro stessa situazione: "Completo quello che manca ai patimenti di Cristo nella mia carne, in favore del suo corpo, che è la Chiesa" (Col 1,24). Proprio facendo questa scoperta, l'apostolo è approdato alla gioia: "Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi" (Col 1,24)».(6) Si tratta della gioia pasquale, frutto dello Spirito Santo. E come san Paolo, anche «molti malati possono diventare portatori della "gioia dello Spirito Santo in molte tribolazioni" (1Ts1,6) ed essere testimoni della risurrezione di Gesù».(7)
2. Il desiderio di guarigione e la preghiera per ottenerla
Premessa l'accettazione della volontà di Dio, il desiderio del malato di ottenere la guarigione è buono e profondamente umano, specie quando si traduce in preghiera fiduciosa rivolta a Dio. Ad essa esorta il Siracide: «Figlio, non avvilirti nella malattia, ma prega il Signore ed egli ti guarirà» (Sir38,9). Diversi salmi costituiscono una supplica di guarigione (cfr. Sal 6; 37; 40; 87).
Durante l'attività pubblica di Gesù, molti malati si rivolgono a lui, sia direttamente sia tramite i loro amici o congiunti, implorando la restituzione della sanità. Il Signore accoglie queste suppliche e i Vangeli non contengono neppure un accenno di biasimo di tali preghiere. L'unico lamento del Signore riguarda l'eventuale mancanza di fede: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23; cfr. Mc 6,5-6; Gv 4,48).
Non soltanto è lodevole la preghiera dei singoli fedeli che chiedono la guarigione propria o altrui, ma la Chiesa nella liturgia chiede al Signore la salute degli infermi. Innanzi tutto ha un sacramento «destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l'Unzione degli infermi».(8) «In esso, per mezzo di una unzione, accompagnata dalla preghiera dei sacerdoti, la Chiesa raccomanda i malati al Signore sofferente e glorificato, perché dia loro sollievo e salvezza».(9) Immediatamente prima, nella Benedizione dell'olio, la Chiesa prega: «effondi la tua santa benedizione, perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto, nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza(10); e poi, nei due primi formulari di preghiera dopo l'unzione, si chiede pure la guarigione dell'infermo.(11) Questa, poiché il sacramento è pegno e promessa del regno futuro, è anche annuncio della risurrezione, quando «non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4). Inoltre il Missale Romanum contiene una Messapro infirmis e in essa, oltre a grazie spirituali, si chiede la salute dei malati.(12)
Nel De benedictionibus del Rituale Romanum, esiste un Ordo benedictionis infirmorum, nel quale ci sono diversi testi eucologici che implorano la guarigione: nel secondo formulario dellePreces(13), nelle quattro Orationes benedictionis pro adultis(14), nelle due Orationes benedictionis pro pueris(15), nella preghiera del Ritus brevior.(16)
Ovviamente il ricorso alla preghiera non esclude, anzi incoraggia a fare uso dei mezzi naturali utili a conservare e a ricuperare la salute, come pure incita i figli della Chiesa a prendersi cura dei malati e a recare loro sollievo nel corpo e nello spirito, cercando di vincere la malattia. Infatti «rientra nel piano stesso di Dio e della sua provvidenza che l'uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme, e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute».(17)
3. Il carisma di guarigione nel Nuovo Testamento
Non soltanto le guarigioni prodigiose confermavano la potenza dell'annuncio evangelico nei tempi apostolici, ma lo stesso Nuovo Testamento riferisce circa una vera e propria concessione da parte di Gesù agli Apostoli e ad altri primi evangelizzatori di un potere di guarire dalle infermità. Così nella chiamata dei Dodici alla prima loro missione, secondo i racconti di Matteo e di Luca, il Signore concede loro «il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità» (Mt 10,1; cfr. Lc 9,1), e dà loro l'ordine: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10,8). Anche nella missione dei settantadue discepoli, l'ordine del Signore è: «curate i malati che vi si trovano» (Lc 10,9). Il potere, pertanto, viene donato all'interno di un contesto missionario, non per esaltare le loro persone, ma per confermarne la missione.
Gli Atti degli Apostoli riferiscono in generale dei prodigi realizzati da loro: «prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli» (At 2,43; cfr. 5,12). Erano prodigi e segni, quindi opere portentose che manifestavano la verità e forza della loro missione. Ma, a parte queste brevi indicazioni generiche, gli Atti riferiscono soprattutto delle guarigioni miracolose compiute per opera di singoli evangelizzatori: Stefano (cfr. At 6,8), Filippo (cfr. At 8,6- 7), e soprattutto Pietro (cfr. At3,1-10; 5,15; 9,33-34.40-41) e Paolo (cfr. At 14,3.8-10; 15,12; 19,11-12; 20,9-10; 28,8-9).
Sia la finale del Vangelo di Marco sia la Lettera ai Galati, come si è visto sopra, ampliano la prospettiva e non limitano le guarigioni prodigiose all'attività degli Apostoli e di alcuni evangelizzatori aventi un ruolo di spicco nella prima missione. Sotto questo profilo acquistano uno speciale rilievo i riferimenti ai «carismi di guarigioni» (cfr. 1 Cor 12,9.28.30). Il significato di carisma, di per sé assai ampio, è quello di «dono generoso»; e in questo caso si tratta di «doni di guarigioni ottenute». Queste grazie, al plurale, sono attribuite a un singolo (cfr. 1 Cor 12,9), pertanto non vanno intese in senso distributivo, come guarigioni che ognuno dei guariti ottiene per se stesso, bensì come dono concesso a una persona di ottenere grazie di guarigioni per altri. Esso è dato in un solo Spirito, ma non si specifica nulla sul come quella persona ottiene le guarigioni. Non è arbitrario sottintendere che ciò avvenga per mezzo della preghiera, forse accompagnata da qualche gesto simbolico.
Nella Lettera di san Giacomo si fa riferimento a un intervento della Chiesa attraverso i presbiteri a favore della salvezza, anche in senso fisico, dei malati. Ma non si fa intendere che si tratti di guarigioni prodigiose: siamo in un ambito diverso da quello dei «carismi di guarigioni» di 1Cor 12,9. «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15). Si tratta di un'azione sacramentale: unzione del malato con olio e preghiera su di lui, non semplicemente «per lui», quasi non fosse altro che una preghiera di intercessione o di domanda; si tratta piuttosto di un'azione efficace sull'infermo.(18) I verbi «salverà» e «rialzerà» non suggeriscono un'azione mirante esclusivamente, o soprattutto, alla guarigione fisica, ma in un certo modo la includono. Il primo verbo, benché le altre volte che compare nella Lettera si riferisca alla salvezza spirituale (cfr. 1,21; 2,14; 4,12; 5,20), è anche usato nel Nuovo Testamento nel senso di «guarire» (cfr. Mt 9,21; Mc 5,28.34; 6,56; 10,52;Lc 8,48); il secondo verbo, pur assumendo alle volte il senso di «risorgere» (cfr. Mt 10,8; 11,5; 14,2), viene anche usato per indicare il gesto di «sollevare» la persona distesa a causa di una malattia guarendola prodigiosamente (cfr. Mt 9,5; Mc 1,31; 9,27; At 3,7).
4. Le preghiere per ottenere da Dio la guarigione nella Tradizione
I Padri della Chiesa consideravano normale che il credente chiedesse a Dio non soltanto la salute dell'anima, ma anche quella del corpo. A proposito dei beni della vita, della salute e dell'integrità fisica, S. Agostino scriveva: «Bisogna pregare che ci siano conservati, quando si hanno, e che ci siano elargiti, quando non si hanno».(19) Lo stesso Padre della Chiesa ci ha lasciato la testimonianza di una guarigione di un amico ottenuta con le preghiere di un Vescovo, di un sacerdote e di alcuni diaconi nella sua casa.(20)
Uguale orientamento si osserva nei riti liturgici sia Occidentali che Orientali. In una preghiera dopo la Comunione si chiede che «la potenza di questo sacramento... ci pervada corpo e anima».(21) Nella solenne liturgia del Venerdì Santo viene rivolto l'invito a pregare Dio Padre onnipotente affinché «allontani le malattie... conceda la salute agli ammalati».(22) Tra i testi più significativi si segnala quello della benedizione dell'olio degli infermi. Qui si chiede a Dio di effondere la sua santa benedizione «perché quanti riceveranno l'unzione di quest'olio ottengano conforto nel corpo, nell'anima e nello spirito, e siano liberi da ogni dolore, da ogni debolezza, da ogni sofferenza».(23)
Non diverse sono le espressioni che si leggono nei riti Orientali dell'unzione degli infermi. Ricordiamo solo alcune tra le più significative. Nel rito bizantino durante l'unzione dell'infermo si prega: «Padre santo, medico delle anime e dei corpi, che hai mandato il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo a curare ogni malattia e a liberarci dalla morte, guarisci anche questo tuo servo dall'infermità del corpo e dello spirito, che lo affligge, per la grazia del tuo Cristo».(24) Nel rito copto si invoca il Signore di benedire l'olio affinché tutti coloro che ne verranno unti possano ottenere la salute dello spirito e del corpo. Poi, durante l'unzione dell'infermo, i sacerdoti, fatta menzione di Gesù Cristo mandato nel mondo «a sanare tutte le infermità e a liberare dalla morte», chiedono a Dio «di guarire l'infermo dalle infermità del corpo e a dargli la via retta».(25)
5. Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale
Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici. La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.
Quanto alle guarigioni legate ai luoghi di preghiera (santuari, presso le reliquie di martiri o di altri santi, ecc.) anch'esse sono abbondantemente testimoniate lungo la storia della Chiesa. Esse contribuirono a popolarizzare, nell'antichità e nel medioevo, i pellegrinaggi ad alcuni santuari che divennero famosi anche per questa ragione, come quelli di san Martino di Tours, o la cattedrale di san Giacomo a Compostela, e tanti altri. Anche attualmente accade lo stesso, come, ad esempio da più di un secolo, a Lourdes. Tali guarigioni non implicano però un «carisma di guarigione», perché non riguardano un eventuale soggetto di tale carisma, ma occorre tenerne conto nel momento di valutare dottrinalmente le suddette riunioni di preghiera.
Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l'efficacia della preghiera l'intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione. Se non c'è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.
Nei santuari sono anche frequenti altre celebrazioni che di per sé non mirano specificamente ad impetrare da Dio grazie di guarigioni, ma che nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti hanno come parte importante della loro finalità l'ottenimento di guarigioni; si fanno per questa ragione celebrazioni liturgiche (ad esempio, l'esposizione del Santissimo Sacramento con la benedizione) o non liturgiche, ma di pietà popolare incoraggiata dalla Chiesa, come la recita solenne del Rosario. Anche queste celebrazioni sono legittime, purché non se ne sovverta l'autentico senso. Ad esempio, non si potrebbe mettere in primo piano il desiderio di ottenere la guarigione dei malati, facendo perdere all'esposizione della Santissima Eucaristia la sua propria finalità; essa infatti «porta i fedeli a riconoscere in essa la mirabile presenza di Cristo e li invita all'unione di spirito con lui, unione che trova il suo culmine nella Comunione sacramentale».(26)
Il «carisma di guarigione» non è attribuibile a una determinata classe di fedeli. Infatti è ben chiaro che san Paolo, allorché si riferisce ai diversi carismi in 1 Cor 12, non attribuisce il dono dei «carismi di guarigione» a un particolare gruppo, sia quello degli apostoli, o dei profeti, o dei maestri, o di coloro che governano, o qualunque altro; anzi è un'altra la logica che ne guida la distribuzione: «tutte queste cose è l'unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12, 11). Di conseguenza, nelle riunioni di preghiera organizzate con lo scopo di impetrare delle guarigioni, sarebbe del tutto arbitrario attribuire un «carisma di guarigione» ad una categoria di partecipanti, per esempio, ai dirigenti del gruppo; non resta che affidarsi alla liberissima volontà dello Spirito Santo, il quale dona ad alcuni un carisma speciale di guarigione per manifestare la forza della grazia del Risorto. D'altra parte, neppure le preghiere più intense ottengono la guarigione di tutte le malattie. Così san Paolo deve imparare dal Signore che «ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9), e che le sofferenze da sopportare possono avere come senso quello per cui «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
II. DISPOSIZIONI DISCIPLINARI
Art. 1 - Ad ogni fedele è lecito elevare a Dio preghiere per ottenere la guarigione. Quando tuttavia queste si svolgono in chiesa o in altro luogo sacro, è conveniente che esse siano guidate da un ministro ordinato.
Art. 2 - Le preghiere di guarigione si qualificano come liturgiche, se sono inserite nei libri liturgici approvati dalla competente autorità della Chiesa; altrimenti sono non liturgiche.
Art. 3 - § 1. Le preghiere di guarigione liturgiche si celebrano secondo il rito prescritto e con le vesti sacre indicate nell'Ordo benedictionis infirmorum del Rituale Romanum.(27)
§ 2. Le Conferenze Episcopali, in conformità a quanto stabilito nei Praenotanda, V., De aptationibus quae Conferentiae Episcoporum competunt,(28) del medesimo Rituale Romanum, possono compiere gli adattamenti al rito delle benedizioni degli infermi, ritenuti pastoralmente opportuni o eventualmente necessari, previa revisione della Sede Apostolica.
Art. 4 - § 1. Il Vescovo diocesano(29) ha il diritto di emanare norme per la propria Chiesa particolare sulle celebrazioni liturgiche di guarigione, a norma del can. 838 § 4.
§ 2. Coloro che curano la preparazione di siffatte celebrazioni liturgiche, devono attenersi nella loro realizzazione a tali norme.
§ 3. Il permesso per tenere tali celebrazioni deve essere esplicito, anche se le organizzano o vi partecipano Vescovi o Cardinali. Stante una giusta e proporzionata causa, il Vescovo diocesano ha il diritto di porre il divieto ad un altro Vescovo.
Art. 5 - § 1. Le preghiere di guarigione non liturgiche si realizzano con modalità distinte dalle celebrazioni liturgiche, come incontri di preghiera o lettura della Parola di Dio, ferma restando la vigilanza dell'Ordinario del luogo a norma del can. 839 § 2.
§ 2. Si eviti accuratamente di confondere queste libere preghiere non liturgiche con le celebrazioni liturgiche propriamente dette.
§ 3. E' necessario inoltre che nel loro svolgimento non si pervenga, soprattutto da parte di coloro che le guidano, a forme simili all'isterismo, all'artificiosità, alla teatralità o al sensazionalismo.
Art. 6 - L'uso degli strumenti di comunicazione sociale, in particolare della televisione, mentre si svolgono le preghiere di guarigione, liturgiche e non liturgiche, è sottoposto alla vigilanza del Vescovo diocesano in conformità al disposto del can. 823, e delle norme stabilite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nell'Istruzione del 30 marzo 1992.(30)
Art. 7 - § 1. Fermo restando quanto sopra disposto nell'art. 3 e fatte salve le funzioni per gli infermi previste nei libri liturgici, nella celebrazione della Santissima Eucaristia, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore non si devono introdurre preghiere di guarigione, liturgiche e non liturgiche.
§ 2. Durante le celebrazioni, di cui nel § 1, è data la possibilità di inserire speciali intenzioni di preghiera per la guarigione degli infermi nella preghiera universale o "dei fedeli", quando questa è in esse prevista.
Art. 8 - § 1. Il ministero dell'esorcismo deve essere esercitato in stretta dipendenza con il Vescovo diocesano, a norma del can. 1172, della Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede del 29 settembre 1985(31) e del Rituale Romanum.(32)
§ 2. Le preghiere di esorcismo, contenute nel Rituale Romanum, devono restare distinte dalle celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche.
§ 3. E' assolutamente vietato inserire tali preghiere di esorcismo nella celebrazione della Santa Messa, dei Sacramenti e della Liturgia delle Ore.
Art. 9 - Coloro che guidano le celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche, si sforzino di mantenere un clima di serena devozione nell'assemblea e usino la necessaria prudenza se avvengono guarigioni tra gli astanti; terminata la celebrazione, potranno raccogliere con semplicità e accuratezza eventuali testimonianze e sottoporre il fatto alla competente autorità ecclesiastica.
Art. 10 - L'intervento d'autorità del Vescovo diocesano si rende doveroso e necessario quando si verifichino abusi nelle celebrazioni di guarigione, liturgiche e non liturgiche, nel caso di evidente scandalo per la comunità dei fedeli, oppure quando vi siano gravi inosservanze delle norme liturgiche e disciplinari.
Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Istruzione, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.
Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 14 settembre 2000, festa dell'Esaltazione della Santa Croce.

+ Joseph Card. RATZINGER,

Prefetto

+ Tarcisio BERTONE, S.D.B.,

Arciv. emerito di Vercelli,
Segretario


(1) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, n. 53, AAS 81(1989), p. 498.
(2) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1502.
(3) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 11, AAS 76(1984), p. 212.
(4) Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXII, n. 2.
(5) GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, n. 19, AAS 76(1984), p. 225.
(6) GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, n. 53, AAS 81(1989), p. 499.
(7) Ibid., n. 53.
(8) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1511.
(9) Cfr. Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 5.
(10) Ibid., n. 75.
(11) Cfr. Ibid., n. 77.
(12) Missale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Editio typica altera, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXV, pp. 838-839.
(13) Cfr. Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Ioannis Paulii II promulgatum, De Benedictionibus, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXXIV, n. 305.
(14) Cfr. Ibid., nn. 306-309.
(15) Cfr. Ibid., nn. 315-316.
(16) Cfr. Ibid., n. 319.
(17) Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 3.
(18) Cfr. CONCILIO DI TRENTO, sess. XIV, Doctrina de sacramento extremae unctionis, cap. 2: DS, 1696.
(19) AUGUSTINUS IPPONIENSIS, Epistulae 130, VI,13 (= PL, 33,499).
(20) Cfr. AUGUSTINUS IPPONIENSIS, De Civitate Dei 22, 8,3 (= PL 41,762-763).
(21) Cfr. Missale Romanum, p. 563.
(22) Ibid., Oratio universalis, n. X (Pro tribulatis), p. 256.
(23) Rituale Romanum, Ordo Unctionis Infirmorum eorumque Pastoralis Curae, n. 75.
(24) GOAR J., Euchologion sive Rituale Graecorum, Venetiis 1730 (Graz 1960), n. 338.
(25) DENZINGER H., Ritus Orientalium in administrandis Sacramentis, vv. I- II, Würzburg 1863 (Graz 1961), v. II, pp. 497-498.
(26) Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, De Sacra Communione et de Cultu Mysterii Eucharistici Extra Missam, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, MCMLXXIII, n. 82.
(27) Cfr. Rituale Romanum, De Benedictionibus, nn. 290-320.
(28) Ibid., n. 39.
(29) E i suoi equiparati, in forza del can. 381, § 2.
(30) Cfr. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione circa alcuni aspetti dell'uso degli strumenti di comunicazione sociale nella promozione della dottrina della fede, 30 marzo 1992, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
(31) Cfr. CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDEI, Epistula Inde ab aliquot annis, Ordinariis locorum missa: in mentem normae vigentes de exorcismis revocantur, 29 septembris 1985, AAS 77(1985), pp. 1169-1170.
(32) Cfr. Rituale Romanum, Ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum, Auctoritate Ioannis Pauli II promulgatum, De Exorcismis et Supplicationibus quibusdam, Editio typica, Typis Vaticanis MIM, Praenotanda, nn. 13- 19.

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