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"Chi salva un'anima, ha assicurata la propria alla felicità eterna" (Sant'Agostino).

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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona he faceva miracoli come Padre Pio

sabato 25 luglio 2009

CHI E? GESU'?


Cardinal Giacomo Biffi ha parlato a lungo di Gesù in numerosi interventi, mettendo in guardia il cristiano che guarda a Dio come il suo fine ultimo, dalle descrizioni troppo fantasiose o colorite del Figlio di Dio. “Molte volte - dice l’eminente arcivescovo - sentiamo parlare di Gesù Cristo, ogni tanto sul giornale c’è qualcuno che fa qualche scoop su di lui, ogni tanto si inventano e danno interpretazioni su chi sia Gesù Cristo, ma gli unici testi che ci parlano di Cristo sono i Vangeli. E i sacri testi, afferma Biffi, non precisano chi sia stato l’uomo Gesù, che tipo era, come era il suo aspetto fisico. Su questi punti si sono fatte numerose congetture, ed ipotesi di fantasia, senza per questo dare risposte certe alle moltissime domande sul tema specifico.
Anche il famoso porporato avanza le sue ipotesi quando afferma ad esempio che secondo lui era bello fisicamente. Una deduzione, un’intuizione che nasce certo dal profondo del cuore e dall’esperienza pastorale o di studio dell’eminente prelato.
Biffi tenta anche una descrizione fisica. Parla degli occhi. “Lo sguardo di Gesù colpiva chi lo incontrava”.Non abbiamo dubbi sul grande carisma del Figlio di Dio. Pensiamo a come caddero semitramortite le guardie che erano venute ad arrestare Gesù nell’orto degli ulivi, quando Egli si presentò loro con tutta la maestosità che non poteva che essere se non di colui che Dio mandò nel mondo per riconciliare a sè l’umanità peccatrice.
“Il suo era uno sguardo che parlava”, afferma ancora Cardinal Biffi. Cita vari esempi: lo sguardo di simpatia per Zaccheo, capo dei pubblicani, di rimprovero o di sdegno per gli uomini del Tempio, di dolore per Giuda che lo tradisce, di tristezza sull’offerta dei ricchi.
Cardinal Biffi afferma che Gesù aveva le idee chiare, che aveva un programma, una scaletta da seguire, che non fu mai colto impreparato, in nessuna circostanza. Noi aggiungiamo anche che Gesù si era lungamente preparato all’inizio della proclamazione del Regno di Dio e della Buona Novella. Trent’anni passò nel nascondimento, trenta lunghi anni di preparazione e preghiera per adempiere alla missione che si compì in soli tre anni.
Dovremmo anche noi prendere esempio da Gesù e nelle nostre attività quotidiane mettere in pratica le stesse strategie, gli stessi programmi (adattandoli alla nostra epoca e alle situazioni specifiche), di quel Gesù di Nazareth che duemila anni fa cambiò la storia del mondo e che i suoi nemici volevano distruggere e disperdere persino nella memoria, ma che proprio attraverso la sua morte “infame” sul legno della croce, procurata da coloro che lo osteggiarono fino alla fine, vive nel cuore di ciascun uomo (anche chi non proclama che Gesù è il Signore), come uno fra i più grandi se non il più grande, “eroe” e martire della carità fraterna.
Chi come Lui? Lo ripete l’angelo durante la battaglia in Cielo: “Chi è come Dio?”. Mai nessuna creatura, o spirito, o beato potrà eguagliare lo splendore e la bellezza del Figlio di Dio, Dio stesso. Non ci stupisce quindi pensare che già nel suo avvento nel mondo Egli abbia avuto certamente quei caratteri fisici che lo contraddistinguevano rispetto alle persone normali e che gli permettevano di manifestare quel carisma necessario a chi è incaricato di una così importante missione. Potrebbe il Figlio di Dio essere fisicamente mediocre, o avere una voce incerta e tremolante, oppure una tonalità bianca, poco chiara, uno sguardo poco espressivo, una prestanza fisica non adatta alle grandi fatiche cui si sottoponeva e ai lunghi viaggi che lo vedevano itinearante a proclamare tra il popolo ebraico che il Regno di Dio era giunto fino a noi? No, non ci possiamo credere. E’ il buon senso che ce lo suggerisce. Egli era certamente superbo e splendente, sfolgorante e meraviglioso a vedersi. Non ne abbiamo dubbio alcuno.
Biffi annota che Gesù era un uomo libero, l’abbiamo detto, lo diremo ancora. Non accettava condizionamenti di nessun tipo, nemmeno dai parenti più stretti. Può apparire duro. Lo diremo, ma - continua il Cardinale di Bologna - “non crediate che fosse un uomo troppo duro. Gesù amava. Molto”...”Aveva un forte senso dell’amicizia”, al punto che chiama Giuda amico, anche nel momento del tradimento. Per Giovanni ha un trasporto tutto particolare, per Pietro manifesta sentimenti di profondo amore e comprensione, insomma anche Lui, umanamente parlando ha le Sue simpatie. Ma il Gesù divino ama tutti allo stesso modo, forse ama di più i peccatori, quelli che sono in maggiore pericolo di perdere la vita eterna. Non diremmo così se Madre Speranza, una delle mistiche più conosciute del XX secolo (fondatrice della Congregazione delle Ancelle e dei Figli dell’Amore Misericordioso) non avesse esclamato dopo un’estasi che Gesù ama tutti gli uomini con una tenerezza paterna, egli ama anche l’uomo più perverso con amore ineffabile, e lo rincorre e lo cerca come se non potesse vivere senza di lui.
Cardinal Biffi, al termine della sua dissertazione sul Figlio di Dio annota ancora che Gesù quasi“corregge” la vecchia Legge di Dio, il Testamento degli antichi Padri e afferma di poter Egli stesso avere il potere di giudicare il mondo. “Chi può farlo -afferma Biffi - se non uno che si crede Dio?”.Aggiungiamo noi, sarebbe stato folle pensarlo per un uomo comune. Nessun uomo, può avere una megalomania tale da potersi credere arbitro e detentore dei poteri terreni e celesti, escluso quell’uomo che pur essendo vero uomo è allo stesso tempo anche vero Dio.
“Come appare Gesù nei Vangeli?” - si domanda il prof. Collo, uno dei frequentatori di internet che ha deciso di dire la sua sul falegname di Nazareth.
Egli si mostra autenticamente umano, con tutte le limitazioni della condizione umana. “Vibrano in lui tutti i sentimenti e gli atteggiamenti dell’uomo. Si interroga, si adira, rimprovera, piange, soffre di fronte alla morte dell’amico, ha paura, si stupisce, si meraviglia dell’incredulità dei contemporanei”. In questa sua umanità perfetta, l’Uomo-Dio si presenta a noi come un modello di perfezione a cui fare riferimento. La gamma dei suoi sentimenti sono buoni, esclusivi, straordinari, soggetti alla fragilità della condizione umana, ma immacolati e puri, Egli non pecca”.
A riguardo già parlammo dell’incapacità di Gesù di qualsiasi forma di peccato.
Il prof. Collo analizza poi un’altra serie di altri aspetti della personalità del Nazareno. Egli - afferma - è disponibile verso la singola persona, non si tira mai indietro se qualcuno gli chiede aiuto, è sensibile a ciò che accade al suo prossimo. Ha, in alto grado, il dono dell’accoglienza, non rifiuta nessuno, non emargina, non fa differenze di casta sociale. Ha un’apertura straordinaria e particolare verso i bambini, perchè vede in essi l’innocenza e la purezza, ed anche le future promesse del popolo di Dio, dei Suoi figli.
E’ pacifico ed umile di cuore, è mosso da moti di compassione verso i sofferenti, è sensibile verso il dolore al punto da guarire i ciechi e gli storpi anche in giorno di Sabato nonostante il divieto della Legge ebraica. Lotta contro ogni forma di male, risuscita i morti, guarisce la suocera di Pietro; Gesù desidera l’uomo libero da qualsiasi impegno mondano, egli lo vuole possessore della verità tutta intera, coltivatore e diffusore del seme di Dio, lo vuole cooperatore ed intercessore di grazia, proclamatore della buona novella. Gesù combatte contro il male occulto, gli spiriti infernali che dominano l’uomo e lo vogliono in rovina. Di fronte ai problemi pratici della vita quitidiana risponde senza esitazioni, non accetta compromessi. Egli è un uomo libero, anche nei confronti della famiglia, dei propri parenti. Così vorrebbe che fossero tutti gli uomini che con cuore puro cercano prima le cose del Regno di Dio e la sua giustizia e poi pensano alle cose del mondo.
Il prof. Collo scrive: “La sua non è una libertà stoica, isolazionista, di uno che si sente superiore agli altri, ma di chi vive questa libertà mischiato tra la gente. E dove passa suscita libertà. Infine Gesù non concepisce la libertà come uno spazio per sè, ma la sua è una libertà vissuta per il servizio.
Gesù è colui che serve”.
Renan, il famoso demolitore dei sacri testi, dipinge una figura lirica e sognante del Figlio di Dio, quasi sentimentale, che poco si adatta al sentimento d’amore incondizionato che Egli volle elargire a piene mani durante la sua vita terrena. Pare che il tedesco Renan, voglia affibbiare il suo ruolo romantico al giusto Gesù, dimentico della missione vera alla quale Egli era stato chiamato. Oserei dire che Renan, nella vita di Gesù, ha dipinto un po’ se stesso. C’è dell’altro; Renan dipinge sempre l’uomo, ben poco tiene conto dell’irruzione di soprannaturale che avviene nel Cristo. Quando afferma che “credeva al diavolo che considerava come una specie di genio del male e pensava, come tutti, che le malattie nervose fossero effetto dei demoni, non dimostra che una scarsa considerazione del ruolo divino dell’uomo Gesù. Dubitiamo, che il Renan, anche solo per un attimo possa aver preso in seria considerazione questa possibilità.
Giovanni Papini è molto più lirico e poetico nel presentare i sentimenti del Figlio di Dio. Sentiamo:“Gesù, come tutti ì grandi spiriti, amava la campagna. Il peccatore che vuol purificarsi, il santo che vuol pregare, il poeta che vuol creare si rifugiano sulle montagne all’ombra delle piante, al suono delle acque, in mezzo ai prati che profumano il cielo...Egli (Gesù) ha visto nella sua Galilea, il fico che ingrossa e matura sotto le grandi foglie nere; ha visto i secchi tralci della vite inverdirsi di pampani e dai tralci pendere i grappoli biondi e viola per la gioia dei vendemmiatori; ha visto la senapa alzarsi, ricca di rami leggeri, dall’invisibile seme, ha udito di notte il fruscio lamentoso della canna sbattuta dal vento lungo i fossi...
Nato tra i Pastori e per divenir Pastore degli uomini, ha contemplato ed amato le pecore...Egli ha amato con eguale amore il granello che appena si vede sul palmo della mano e il vecchio fico che tiene sotto la sua ombra la casa del povero”.(Storia di Cristo, Giovanni Papini, pagg.26,27 - Vallecchi editore Firenze, 1923).

mercoledì 22 luglio 2009

IL PARADISO - IL PREMIO DEGLI ELETTI NELLA VISIONE CATTOLICA

Vediamo come descrivono il Paradiso alcuni santi:
"S. Tommaso d’Aquino ritiene che tutto l’universo...è destinato a far parte della città della gloria eterna.
S. Anselmo, Dottore della Chiesa è convinto che nel grandioso e magnifico giardino del Paradiso, si troveranno tutte le creature corporali rinnovellate e perfezionate, e sarà perpetuamente adorno di piante e di fiori profumati. E aggiunge: E’ certo che in Paradiso nulla mancherà di quanto gli eletti desiderano trovarvi...
Santa Teresa d’Avila che ebbe la grazia di contemplare il Paradiso scrive: "Quanto è mai lunga all’esule questa affannosa vita!
Quanto mai duri i vincoli che m’hanno ormai sfinita!..."(Il Paradiso - Sac. Riccardo Ferrari - pagg.15,16 - ed. fuori commercio).
La classificazione del Paradiso in società o Cieli viene confermata anche dalla dottrina cristiana che distingue la Patria Celeste in 1°-2° e 3° Cielo. Ne parla San Paolo nelle sue lettere ed è verità di fede che appare nelle sacre scritture.
Il sacerdote Riccardo Ferrari scrive che in Paradiso "le anime degli eletti si collocheranno nei vari Cori angelici a seconda dei loro meriti, delle virtù vissute, e del grado di grazia e di gloria.
Nel cielo dei cieli, è presente in modo tutto particolare la SS. Trinità, il Padre, il Figlio Gesù vero Dio e vero uomo e lo Spirito Santo; inoltre la Madonna santissima, mamma di Gesù redentore, con S. Giuseppe suo sposo...
Come saranno le persone che entrano in Paradiso? si chiede Riccardo Ferrari! Ecco la risposta:
"Noi sappiamo ben poco...ma Gesù ci ha fatto conoscere...come saranno i beati del Paradiso...".
...Dopo la risurrezione gli uomini le donne non si sposeranno più, ma saranno come gli Angeli di Dio nel cielo". (Mt.22,29)...saranno indipendenti dalla materia, dallo spazio e dal tempo; avranno una intelligenza assai penetrante, nella conoscenza di Dio, delle persone e dell’universo; possederanno una volontà immutabile nell’amore di Dio e del prossimo; conosceranno ciò che avviene nel mondo e potranno aiutare e assistere chi chiede il loro aiuto". (Il Paradiso - sac. Riccardo Ferrari - pagg.20,21,24 - ed. fuori commercio).
Esistono anche racconti immaginari e fantasiosi del Paradiso che dovrebbe corrispondere a quello che ciascun di noi si aspetterà di trovare. Leggiamo una descrizione del Paradiso fatta da un’anima che rivela il suo stato di beatitudine nei cieli tratta da una rivelazione da prendere con beneficio di inventario:
"...Il Paradiso è il luogo più bello che ci sia. Quì è bello, gli alberi sono tutti in fiore. L’erba è di un verde così tenero, che non smetto di rimirarla e gli uccelli esprimono la loro gioia con un cinguettio fiabesco, che trasporta la mia anima in una pace interamente nascosta in Dio. Il firmamento è di un bleu azzurro, non paragonabile con il più bel cielo della terra. Gli animali che ci circondano sono fiduciosi e avidi delle nostre carezze...
La terra prima del peccato somigliava al Paradiso, di cui era la copia materializzata...(Comunicazioni dall’aldilà - Suor Beghe - pagg. 71-72 - Ed. Segno).

Costituzione del Paradiso.

E’ parere di molti che il Paradiso non sia stato creato, non ha per così dire avuto inizio perchè esiste da sempre, come Dio, che è "CoLui che è, l’attualità costante". Sappiamo anche che certe dottrine affermano che il luogo della gioia eterna entrerebbe a far parte della creazione da un determinato momento della storia del mondo.
Questa tesi non ci sembra del tutto errata anche se si tratta di un ipotesi di lavoro. Qualcosa del genere si legge sui testi sacri, dove troviamo che il Paradiso è nato con Adamo ed Eva ed è riconducibile in qualche modo a quel bellissimo giardino che Dio aveva creato per loro, il giardino dell’Eden.
Non sappiamo nemmeno tra l’altro con certezza se il Paradiso di oggi coincide con quello di ieri, se cioè quando entreremo nella vita eterna, il padre Celeste ci ricondurrà in quel giardino magnifico dal quale all’inizio dei secoli aveva cacciato Adamo ed Eva rei della colpa originale.
La letteratura mistica riporta molte testimonianze di santi che già in questa vita hanno visualizzato i luoghi e le gioie ineffabili del Paradiso. Don Amorth a questo proposito dice: "E’ molto significativo questo fatto, perchè in realtà non ci hanno saputo dire niente. Quando San Paolo è stato rapito al terzo Cielo afferma: "Lingua umana non può esprimere la felicità che il Signore ha preparato per coloro che lo amano". Così anche San Tommaso d’Aquino che ha scritto tanto, quando ha avuto una visione del Cielo... "Ecco – dice - non si puo’ esprimere".
Direi che il linguaggio e le concezioni umane non sono tali da poter esprimere la felicità del Paradiso".

Gradi di beatificazione.

Durante il colloquio con Don Amorth abbiamo parlato di gradi di beatificazione. Ecco quanto ha detto:
"Il Signore dà a ciascuno quello che ha meritato. Ognuno raccoglierà quello che ha seminato. Chi ha meritato di più avrà una gloria maggiore. San Paolo ci invita ad ammirare questa differenza dicendo: "Guardate un cielo stellato, tutte le stelle brillano, però c’è quella che brilla di più e quella che brilla meno -. Ci si potrà chiedere, come può essere interamente felice un’anima in Cielo nel vedere che un’altra anima brilla più della sua?
Anche Dante ha cercato di affrontare il problema nella sua "Commedia".
La risposta è semplice: perchè la sua capacità di gioia è interamente soddisfatta e non potrebbe contenerne di più.
In fondo l’esempio della sorella maggiore di Santa Teresina è quello più calzante.
Per spiegare questa differenza e questa pienezza, riempiva completamente un ditale di acqua e il bicchiere dove beveva il padre, che era poco più grande di quello in cui bevevano le figlie. Poi chiedeva: - Quale è più pieno?
Ella rispondeva - Sono pieni tutti e due, non ci sta più una goccia d’acqua, nè nel ditale, nè nel bicchiere. Ecco, così sarà la Gloria nei Cieli nelle sue diversità di beatificazione.
Sono paragoni banali per darci un’idea di come tutti saranno felici pur essendoci differenza in base ai meriti di ciascuno. Non ci saranno più invidie, nè gelosie, e siccome lo splendore di uno rallegra tutti, vedere un’anima più bella della nostra, significa che guardandola, contemplandola, proviamo una gioia ancora più grande, sarà lo spettacolo più bello, perchè il Paradiso è il Regno in cui tutto è messo in comune e non esistono egoismi.
Allora anche coloro che splendono di più sono di vantaggio e di gioia per coloro che splendono di meno".
Tommaso d’Aquino, gran dottore della Chiesa, scrive che i beati otterranno maggior gaudio nel vedere la pena dei dannati. Appare quasi un controsenso, una crudeltà, ma, dice lui: "Perchè la beatitudine dei santi riesca loro più gradita e maggiormente ne rendano grazie a Dio, viene loro concesso di vedere perfettamente la pena dei reprobi.(Storia dell’inferno Herbert Vorgrimler, pag.217 - Ed. Piemme 1995, Casale Monferrato).
"I corpi gloriosi - scrive ancora S. Tommaso - avranno anche splendore, e in ciò consiste la dote della chiarezza...maggiore o minore secondo la gloria del Beato. (Supplemento Summa Teologica vol.32 q.85 - 1).
TRATTO DA "TRA CIELO E TERRA - LE REALTA' INVISIBILI" DI BEPPE AMICO, REVERDITO EDIZIONI. COPYRIGHT 1996. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. E' VIETATA LA RIPRODUZIONE SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELL'AUTORE. E' PERMESSA LA CITAZIONE CON LA MENZIONE DELL'OPERA, DELL'AUTORE E DELLA CASA EDITRICE.

IL PECCATO SESSUALE GUADAGNA MAGGIORI ANIME AL DEMONIO

Non siamo noi a dirlo, ma i mistici di tutti i tempi.
San Giovanni Bosco insegnava ai suoi studenti quanto fosse importante la purezza del corpo e della mente. Nei suoi celebri sogni, vide lo stato di alcuni di loro inclini a cadere nel peccato contro la purezza. In particolare riferisce di aver visto alcuni studenti tra i tormenti dell'inferno, puniti severamente per le loro debolezze.

Vogliamo proporvi uno dei più celebri sogni del celebre sacerdote raccontati in un libro edito dalla Elledici che mette in evidenza la strategia con la quale il demonio riesce a condurre molte anime alla perdizione:
"La sera del 4 aprile 1869 Don Bosco raccontò ai suoi giovani un sogno che li impressionò vivamente.«Sognai — disse — di trovarmi in chiesa, in mezzo a una moltitudine di giovani che si preparavano alla confessione. Un numero stragrande assiepava il mio confessionale sotto il pulpito.Cominciai a confessare, ma presto vedendo tanti giovani, mi alzai e mi avviai verso la sacrestia in cerca di qualche prete che mi aiutasse. Passando vidi, con enorme sorpresa, giovani che avevano una corda al collo, che stringeva loro la gola.— Perché tenete quella corda al collo? — domandai —. Levatevela!E non mi rispondevano, ma mi guardavano fissamente.— Orsù — dissi a uno che mi era vicino —, togli quella corda!— Non posso levarla; c’è uno dietro che la tiene.Guardai allora con maggior attenzione e mi parve di veder spuntare dietro le spalle di molti ragazzi due lunghissime corna. Mi avvicinai per vedere meglio e, dietro le spalle del ragazzo più vicino, scorsi una brutta bestia con un ceffo orribile, somigliante a un gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio.Volli chiedere a quel mostro chi fosse e cosa facesse, ma esso abbassò il muso cercando di nasconderlo tra le zampe, rannicchiandosi per non lasciarsi vedere. Prego allora un giovane di correre in sacrestia a prendere il secchiello dell’acqua santa. Intanto mi accorgo che ogni giovane ha dietro le spalle un così poco grazioso animale. Prendo l’aspersorio e domando a uno di quei gattoni:— Chi sei?L’animale mi guarda minaccioso, allarga la bocca, digrigna i denti e fa l’atto di avventarmisi contro.— Dimmi subito che cosa fai qui, brutta bestia. Non mi fai paura. Vedi? Con quest’acqua ti lavo per bene, se non rispondi.Il mostro mi guardò rabbrividendo. Si contorse in modo spaventoso e io scoprii che teneva in mano tre lacci.— Che cosa significano?— Non lo sai? Io, stando qui, con questi tre lacci stringo i giovani perché si confessino male.— E còme? In che maniera?— Non te lo voglio dire; tu lo sveli ai giovani.— Voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla, altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.— Per pietà, mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.— In nome di Gesù Cristo, parla dunque!Il mostro, torcendosi spaventosamente, rispose:— Il primo modo col quale stringo questo laccio è con far tacere ai giovani i loro peccati in confessione.— E il secondo?— Il secondo è di spingerli a confessarsi senza dolore.— Il terzo?— Il terzo non te lo voglio dire.— Come? Non me lo vuoi dire? Adesso ti getto addosso quest’acqua benedetta.— No, no! Non parlerò, si mise a urlare, ho già detto troppo.— E io voglio che tu me lo dica.E ripetendo la minaccia, alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi ancora gocce di sangue. Finalmente disse:— Il terzo è di non fare proponimenti e di non seguire gli avvisi del confessore. Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni; se vuoi conoscere se tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.— Perché nel tendere i lacci ti nascondi dietro le spalle dei giovani?— Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare nel mio regno.Mentre volevo domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti e si misero a gridare contro colui che aveva parlato; e fecero una sollevazione generale. Io, vedendo quello scompiglio e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio e gettai l’acqua benedetta da tutte le parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte e chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai».C’è un proverbio che dice: « Un buon consiglio lo si riceve anche dal diavolo ». E qui il diavolo ne ha dato a Don Bosco uno che può fare anche per noi: « Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni: se vuoi conoscere se li tengo allacciati, guarda se si emendano».
Il peccato che conduce maggiori anime all'inferno è quindi il peccato impuro. Lo afferma anche la Madonna a Medjugorie, lo ha detto ancher la mistica calabrese Natuza Evolo che dice di aver sentito la Vergine molto addolorata per i giovani che sono sull'orlo del precipizio, non solo per i numerosi peccati impuri, ma anche per i vizi della loro vita (alcol, droga, serate brave nei locali, ecc.).
Non che una sana seratadi divertimento non sia raccomandabile, ma c'è modo e modo per divertirsi. I giovani dovrebbero essere in grado di capire fino a che punto possono arrivare.

martedì 21 luglio 2009

PENSIERO SANTO

OGGI MI SONO RIPROPOSTO DI FAR ENTRARE GESU' NELLA MIA VITA.
IN UN MOMENTO DI RACCOGLIMENTO GLI HO DETTO:

"SIGNORE, TU VEDI COME SONO DEBOLE E INCAPACE DI FARE ALCUNCHE'...LA VITA MI SEDUCE AD OGNI PIE' SOSPINTO, LE TENTAZIONI SONO TANTE E SPESSO CADO MISERAMENTE. NOI SIAMO SEMPRE A CACCIA DI NOVITA' DISTRAZIONI, DIVERTIMENTI PER DIMENTICARE LE AMAREZZE DELLA NOSTRA ESISTENZA. EBBENE MIO CARO GESU' IO TI CHIEDO DI DIVENTARE TU LA MIA NOVITA', LA MIA DISTRAZIONE, IL MIO DIVERTIMENTO. FA CHE POSSA STUPIRMI ANCORA E POSSA CAMMINARE NELLA TUA LUCE.

lunedì 6 luglio 2009

A PROPOSITO DI INFERNO....

L'ENTRATA NELLE TENEBRE DELL'AL DI LÀ 4 marzo - 15 aprile 1922

Non dimenticare, figlia mia, che tutto quello che accade rientra sempre nei disegni di Dio (S. Maddalena Sofia a Josefa - 14 marzo 1922).

TRATTO DA: “COLUI CHE PARLA DAL FUOCO”.

Ed eccoci ora ad un periodo che è forse il più misterioso di tutta la vita di Josefa. Sembra a prima vista che la sua resistenza alla chiamata di Nostro Signore le abbia attirato un castigo. Ma su questa oscura trama si delinea ben presto un disegno ben diverso, che manifesta la predilezione divina intenta a profittare di un istante di debolezza per far progredire ra­pidamente l'opera sua in lei e per mezzo di lei. Mentre viene concesso al demonio un più ampio potere e gli stessi abissi infernali sembrano aprirsi davanti a Josefa, immersa in una sofferenza mai provata finora, Gesù la stritola nel dolore e, nello stesso tempo, scava nell'anima sua profondità di fede, di abbandono, di umiltà, che nessuno sforzo personale avrebbe mai realizzato. Il Maestro divino si è riservato questo compito nell'ora da Lui voluta e con mezzi che oltrepassano ogni umana previsione. * * * Santa Teresa, in una pagina mirabile, ha descritto la sua discesa nell'inferno che le lasciò nell'anima tracce incancellabili. Josefa ha più volte steso per obbedienza la relazione delle sue lunghe discese nell'abisso del dolore e della disperazione. Questa documentazione, altrettanto impressionante che semplice, si ricollega, dopo quattro secoli, alla descrizione classica della grande contemplativa di Avila. Ha la medesima risonanza di sofferenza e di contrizione, di amore riparatore e di zelo ar­dente. Il dogma dell'inferno, così spesso combattuto o sem­plicemente taciuto da una spiritualità incompleta, con danno reale delle anime e perfino con pericolo della loro salvezza, viene così rimesso in luce. Chi potrà dubitare dell'esistenza di una potenza infernale accanita contro Cristo e il suo Regno leggendo in queste pagine ciò che Josefa ha visto, inteso e sofferto? Chi potrà inoltre, misurare il merito riparatore di quelle lunghe ore trascorse in quella prigione di fuoco?... Josefa, che vi si crede imprigionata per sempre, testimone degli sforzi ac­caniti del demonio per rapire eternamente le anime a Gesù Cristo, sperimenta il dolore dei dolori, quello di non poter più amare. Qualche estratto dei suoi scritti potrà giovare a molte anime, che debbono risalire un pendio e, soprattutto, sarà un richiamo dell'amore per quelle che decideranno di non risparmiare nulla per strappare le anime alla perdizione... Fu nella notte dal mercoledì al giovedì 16 marzo che Josefa conobbe, per la prima volta, questa misteriosa discesa nell'in­ferno. Già fin dal primo lunedì di Quaresima, 6 marzo, poco dopo la scomparsa di Nostro Signore, voci infernali l'hanno a più riprese dolorosamente impressionata. Anime cadute nell'abisso vengono, senza che ella le veda, a rimproverarle la sua man­canza di generosità. Ne rimane sconvolta... Ode grida di di­sperazione come queste: «Sono per sempre là dove non si può più amare... Quanto breve è stato il piacere! e la disgrazia è eterna... Che mi resta?... Odiare con odio infernale e questo per sempre!». «Oh, - scrive - sapere la perdita di un'anima, e non poter ormai far nulla per lei!... Sapere che per tutta l'eternità un'anima maledirà Gesù e che non c’è più ri­medio!... neppure se potessi soffrire tutti i tormenti del mondo... Che terribile dolore!... Sarebbe meglio mille volte morire che essere responsabili della perdita di un'anima». La domenica 12 marzo scrive alla sua Superiora, lontana per qualche giorno dai Feuillants per un viaggio verso Roma. «Madre mia, se sapesse con quanta pena vengo a lei! Dal 2 marzo non ho più nessuno dei miei gioielli (così chiama la corona di spine e la croce di N. Signore) perché un'altra volta ho ferito Gesù, tanto buono per me. Tut­tavia spero che anch'Egli un'altra volta avrà compassione di me: ma intanto ora la pago ben cara perché dalla notte del primo venerdì la più grande sofferenza ha sostituito il demonio, dopo avermi battuta, è scomparso e mi ha lasciata libera... Non posso esprimere ciò che ho provato nell 'anima mia quando mi sono accorta di essere viva e di poter ancora amare Dio! «Per evitare quest'inferno, quantunque abbia una gran paura di soffrire, non so che cosa sarei pronta a sop­portare! Vedo chiaramente che tutti i patimenti terreni sono un nulla a paragone del dolore di non poter più amare, poiché laggiù non si respira che odio e sete della perdita delle anime». Da allora Josefa sperimenta spesso questo strazio misterioso in quei lunghi soggiorni nel tenebroso «al di là». Le discese vengono ogni volta preannunziate dai rumori di catene e dalle grida lontane che si avvicinano, la circondano, l'assediano. Essa tenta di fuggire, di distrarsi, di lavorare per sottrarsi a questa furia diabolica che finisce però con abbatterla. Ha appena il tempo di rifugiarsi nella sua cella, e tosto perde coscienza delle cose circostanti. Dapprima, si trova gettata in quello che chiama «luogo buio» di fronte al demonio, che trionfa su di lei e sembra credere di averla in suo potere per sempre. Egli ordina imperiosamente che sia gettata al suo posto e Josefa, legata strettamente, cade nel caos di fuoco e di dolore, di odio e di disperazione. Riferisce tutto questo semplicemente e oggettivamente, come ha visto, inteso, sperimentato. All'esterno solo un leggero sussulto dava indizio di tali misteriose discese. Nell'istante stesso il corpo di Josefa diventava del tutto floscio, senza consistenza, come quello di chi, da pochi momenti, non ha più vita. Il capo, le membra, non si so­stengono più, mentre il cuore batte normalmente: essa vive come senza vivere! Questo stato si prolunga più o meno, secondo la volontà di Dio che l'abbandona così all'inferno, e tuttavia la custodisce nella sua sicurissima mano. Nel momento da Lui voluto un altro impercettibile sussulto, e il corpo accasciato riprende vita. Ma non è ancora liberata dalla potenza del demonio in quel luogo buio dove la ricolma di minacce. Quando infine la rilascia ed essa a poco a poco riprende contatto con i luoghi e le persone che la circondano: «Dove sono... e voi chi siete? vivo ancora?», chiede. I suoi poveri occhi cercano di ritrovarsi in un ambiente che le sembra così lontano nel passato. Talvolta grosse lacrime scorrono dai suoi occhi silenziosamente, mentre il volto porta l'impronta di un dolore che non si può esprimere. Riconquista alla fine il senso pieno dell'attuale realtà e non è possibile esprimere l'emozione intensa da cui viene pervasa quando, ad un tratto, comprende di poter ancora amare! Lo ha narrato più volte con semplicità in­comparabile: «Domenica 19 marzo 1922, terza domenica di Qua­resima. Sono nuovamente discesa in quell'abisso e mi è sembrato dimorarvi lunghi anni. Vi ho molto sofferto, ma il maggior tormento è di credermi per sempre incapace di amare N. Signore. Cosicché quando ritorno alla vita sono pazza di gioia. Mi pare di amarLo come mai L'ho amato e di essere pronta a provarglieLo con tutte le sofferenze che Egli vorrà. Mi sembra soprattutto di stimare ed amare pazzamente la mia vocazione». E, un po' più sotto aggiunge: «Quello che vedo laggiù mi dà un gran coraggio per soffrire. Comprendo il valore dei minimi sacrifici. Gesù li raccoglie e se ne serve per salvare anime. Accecamento grande è quello di evitare la sofferenza, anche nelle cose più piccole, poiché, oltre ad essere molto preziosa per noi, serve a preservare molte anime da così grandi tormenti». Josefa ha tentato, per obbedienza, di narrare qualche cosa di quelle discese all'inferno, così frequenti in quel periodo. Tutto non può essere raccontato qui, ma qualche altra pagina servirà d'insegnamento prezioso. Esse inciteranno le anime a consacrarsi ed a sacrificarsi per la salvezza di quelle che ogni giorno e ad ogni ora sono sull'orlo dell'abisso. «Quando arrivo in quel luogo - scrive domenica 26 marzo - odo grida di rabbia e di gioia satanica perché un'anima di più viene a sprofondarsi tra i tormenti... In quel momento non ho più coscienza di essere scesa altre volte nell'inferno: mi sembra sempre che sia la prima volta e mi sembra di esservi per l'eternità, ciò che mi fa tanto soffrire, poiché ricordo che conoscevo ed amavo Nostro Signore... che ero religiosa... che Dio mi aveva fatto grandi grazie e dato numerosi mezzi per salvarmi. Che cosa ho dunque fatto per perdere tanti beni?... Perché sono stata così cieca?... Ed ora non c’è più rimedio... Mi ricordo pure delle mie comunioni, del mio noviziato. Ma ciò che mi tormenta di più è il ricordo che amavo tanto il Cuore di Gesù! Lo conoscevo ed era tutto il mio tesoro... Non vivevo che per Lui... Come vivere ora senza di Lui?... senza amarLo?... circondata da tante bestemmie e da tanto odio? «L'anima mia rimane oppressa e schiantata a tal segno da non potersi esprimere perché è indicibile». Spesso anche assiste agli sforzi accaniti del demonio e dei suoi satelliti per strappare alla misericordia divina qualche anima che Dio è sul punto di conquistare. Si direbbe che, nei disegni di Dio, le sue sofferenze siano il riscatto di quelle povere anime, che le dovranno la grazia vittoriosa dell'ultimo istante. «Il demonio scrive giovedì 30 marzo è più fu­rioso che mai perché vuole perdere tre anime. Ha gridato rabbiosamente agli altri: «- Che non sfuggano!... se ne vanno... su! su! tenete fermo!». «Udivo grida di rabbia che rispondevano di lontano». Per due o tre giorni consecutivi Josefa fu testimone di questa lotta. «Ho supplicato Nostro Signore di fare di me tutto ciò che vorrà perché quelle anime non vadano perdute -scrive di ritorno dall'abisso sabato 10 aprile. - Mi sono rivolta anche verso la Madonna che m'infonde una gran pace, perché mi sento disposta a soffrire qualsiasi cosa per salvarle. Credo che Ella non permettera al demonio di riportare vittoria». Il 2 aprile, domenica di Passione, scrive nuovamente: «Il demonio gridava: «- Non lasciatele andare... State attenti a tutto quello che può turbarle... che non sfuggano!.. fate in modo che si disperino...» «Era una confusione orribile di grida e di bestemmie. Improvvisamente, emettendo urla di rabbia, gridò: «- Poco importa! Me ne restano ancora due! Togliete loro la fiducia!». «Compresi che una di quelle anime gli era sfuggita per sempre!». «- Presto, presto! - ruggiva; - che le altre due non vi sfuggano! Afferratele... che si disperino! Presto... ci scappano!». «Allora nell'inferno si udì un digrignare di denti e con un furore indescrivibile il demonio ruggì: «- Oh, potenza... potenza di questò Dio!... che ha più forza di me... Me ne resta una; e quella non me la lascerò scappare!...». «L'inferno non fu più che un grido solo di bestemmia, confusione di gemiti e di lamenti. Compresi che quelle anime si erano salvate! Il mio cuore ne fu pieno di gioia, benché nell'impossibilità di fare un solo atto di amore... Tuttavia non provo quell'odio verso Dio che hanno le anime infelici che mi circondano, e quando le odo be­stemmiare e maledire, ne sento un tale dolore che sop­porterei qualsiasi patimento perché Dio non sia così offeso e oltraggiato. Soltanto ho paura di diventare anch'io, col tempo, come quegli altri. Ciò mi tortura, perché ricordo quanto L'ho amato e quanto era buono verso di me! «Ho molto sofferto - continua - specialmente in questi ultimi giorni. Sentivo come un rivolo di fuoco passarmi dalla gola e attraversarmi tutto il corpo, mentre avevo la persona stretta tra assi infuocate, come ho già detto altra volta. Mi sembra allora sentirmi uscire gli occhi dall'orbita come se fossero strappati, i nervi stirati; il corpo piegato in due non può muoversi e un odore fetido invade tutto. E tuttavia questo è nulla in pa­ragone di quello che prova l'anima che conoscendo la bontà di Dio si trova obbligata ad odiarlo, sofferenza tanto più grande se essa lo ha molto amato». Altri misteri dell'al di là stanno per rivelarsi a Josefa. In questa stessa epoca, Quaresima 1922, mentre giorno e notte porta il peso di tali persecuzioni, Dio la mette in contatto con un altro abisso di dolore, quello de purgatorio.

NOTA: Questo intollerabile odore avvolgeva Josefa al termine di queste discese all'inferno, come pure nei rapimenti e nelle persecuzioni dia­boliche: odore di zolfo e di carne putrida e bruciata, che restava percepibile attorno a lei, dicono i testimoni, per lo spazio di un quarto d'ora o mezz 'ora: essa però ne serbava molto più lunga.

­Molte anime vengono ad implorare i suoi suffragi e i suoi sacrifici con espressioni di profonda umiltà. Dapprima ne resta impressionata: poi si abitua poco a poco alle confidenze di quelle anime penanti. Le ascolta, domanda il loro nome, le incoraggia e si raccomanda con fiducia alla loro intercessione. I loro inse­gnamenti sono preziosi e degni di essere raccolti. Una di esse, venendo ad annunziarle la sua liberazione dice: «L'importante non è l'ingresso in religione, ma l'ingresso nell'eternità!». «- Se le anime religiose sapessero come bisogna scontare qui le piccole carezze prodigate alla natura...», diceva un'altra chiedendo preghiere. «- Il mio esilio è terminato, ora salgo all'eterna patria». Un sacerdote diceva: «Quanto infinita è la bontà e la misericordia divina che degna servirsi delle sofferenze e dei sacrifici di altre anime per riparare le nostre grandi infedeltà. Quale alto grado di gloria avrei potuto conquistare se la mia vita fosse stata diversa!». Un'anima religiosa, entrando in cielo, confidava ancora a Josefa: «- Come si vedono diversamente le cose terrene, quando si passa all'eternità! Le cariche non sono niente agli occhi di Dio: solo conta la purità d'intenzione con cui vengono adempiute, anche nelle più piccole azioni. La terra e tutto ciò che contiene sono poca cosa... tuttavia quanto è amata!... Ah, la vita, per lunga che sia, è nulla in paragone dell'eternità! Se si sapesse ciò che è un istante solo passato in purgatorio e come l'anima si strugge e si consuma per il desiderio di vedere Nostro Signore!». Anche altre anime, sfuggite per misericordia divina all'estremo pericolo, venivano a supplicare Josefa di affrettare la loro li­berazione. «Sono qui per l'infinita bontà di Dio, - diceva una di esse - perché un orgoglio eccessivo mi aveva portata sull'orlo dell'inferno. Tenevo sotto i piedi molte persone: ora mi precipiterei ai piedi dell'ultimo dei poveri! «Abbi compassione di me, fa' degli atti d'umiltà per riparare il mio orgoglio. Così potrai liberarmi da questo abisso. «- Ho passato sette anni in peccato mortale - confessava un'altra - e sono stata tre anni ammalata. Ho sempre rifiutato di confessarmi. Mi ero preparato l'inferno e ci sarei caduta se le tue sofferenze di oggi non mi avessero ottenuto la forza di rientrare in grazia. Sono ora in purgatorio e ti supplico, poiché hai potuto salvarmi: liberami da questa prigione tanto triste!» «- Sono in purgatorio per la mia infedeltà non avendo voluto corrispondere alla chiamata di Dio, veniva a dirle un'altra anima. - Dodici anni ho resistito alla vocazione e ho vissuto in gran pericolo di perdermi, perché per soffocare il rimorso mi ero data in braccio al peccato. Grazie alla bontà divina che si è degnata di servirsi delle tue sofferenze ho avuto il coraggio di tornare a Dio... e ora fammi la carità di liberarmi di qui!». «- Offri per noi il sangue di Gesù - diceva un'altra nel momento di lasciare il purgatorio. Che sarebbe di noi se non ci fosse nessuno per sollevarci?». I nomi delle sante visitatrici, sconosciuti a Josefa, ma ac­curatamente annotati, con la data e il luogo della morte, furono a sua insaputa controllati minuziosamente più di una volta. La Quaresima stava per terminare in queste alternative di dolori e di grazie austere. Come avrebbe potuto Josefa, senza un aiuto speciale di Dio, sostenere tali contatti con l'invisibile e condurre nello stesso tempo la sua consueta, uniforme vita di lavoro e di dedizione? Eppure era questo lo spettacolo di virtù che il suo amore eroico offriva quotidianamente al Cuore di Colui che vede nel segreto, mentre chi la circondava non poteva non ingannarsi circa il valore di quelle giornate sempre uguali all'esterno, spese tutte nel compimento del dovere. Due fatti sono da segnalarsi negli ultimi giorni di quella settimana santa. La sera del giovedì santo, 13 aprile 1922, Josefa scriveva: «Verso le tre e mezzo mi trovavo in cappella quando davanti a me vidi qualcuno vestito come Nostro Signore, ma un poco più alto di statura, molto bello, con un'e­spressione di pace nella fisionomia che attraeva. Indossava una tunica di colore rosso violaceo scuro. In mano aveva una corona di spine simile a quella che Gesù mi portava nel passato». «- Sono il Discepolo del Signore - disse. - Sono Giovanni l'Evangelista e ti porto uno dei gioielli più preziosi del divino Maestro». «Mi diede la corona ed egli stesso me la posò sul capo». Josefa lì per lì fu turbata da questa apparizione inaspettata, ma a poco a poco si rassicurò sentendosi pervasa da una dolce pace. Si fece ardita e osò confidare al celeste visitatore l'angoscia che l'opprimeva per tutto ciò che il demonio le faceva soffrire. «- Non temere. L'anima tua è un giglio che Gesù custodisce nel suo Cuore», le risponde l'Apostolo vergine. Poi continua: «Sono stato mandato per rivelarti qualcuno dei sen­timenti che traboccavano dal Cuore del Maestro in questo gran giorno. «L'amore stava per separano dai suoi discepoli dopo di averlo battezzato con un battesimo di sangue. Ma l'amore lo spingeva a rimanere con essi e l'amore gli fece inventare il sacramento dell'Eucaristia. «Quale lotta sorse allora nel suo Cuore!! Come si sarebbe riposato nelle anime pure! Ma quanto la sua passione si sarebbe prolungata nei cuori contaminati! «L'anima sua esultava all'avvicinarsi del momento in cui sarebbe ritornato al Padre, ma come fu stritolata dal dolore vedendo uno dei Dodici, scelto da lui, tradirlo a morte e, per la prima volta, rendere inutile il suo sangue per la salvezza di un'anima! «Il suo Cuore si consumava di amore, ma la poca corrispondenza delle anime da Lui tanto amate immergeva questo stesso amore nella più profonda amarezza... E che dire dell'ingratitudine e della freddezza di tante anime consacrate?» «Così dicendo, disparve in un lampo». Questa celeste apparizione consolò Josefa un istante, ri­cordandole l'invito alla riparazione che dall'Eucaristia si rivolge alle anime consacrate. Ma la sera stessa la corona di spine spariva, lasciandola in un'ansiosa perplessità. Il demonio semina il dubbio e l'inquietudine nell'anima della sua vittima. Una domanda assillante si presenta al suo spirito: sono zimbello d'illusione e menzogna? Tutte queste visioni dell'al di là sono fantasmagorie delle mia immaginazione?... il prodotto di una natura squilibrata o di una incosciente suggestione? Tali punti interrogativi non si presentavano soltanto a lei. Niente in questa creatura può, neppure da lontano, fisicamente o moralmente, dare motivo a incertezze. Tuttavia la prudenza che la circonda veglia senza posa e aspetta un segno autentico che permetta di discernere e di affermare in lei l'azione diretta del demonio. Dio sta per darlo, troncando ogni dubbio. Il sabato Santo, 15 aprile, verso le quattro del pomeriggio, dopo aver trascorso i due giorni precedenti in dolorosi com­battimenti, ode, mentre è occupata nel cucire, i rumori che preannunziano l'inferno. Sostenuta dall'obbedienza resiste con la più grande energia per sottrarsi al demonio che si avvicina e infine l'atterra. Allora, come sempre, il suo corpo sembra restare inanimato. Inginocchiate vicino a lei, le Madri pregano chiedendo al Signore di non lasciare incertezze sul mistero che si svolge sotto i loro occhi. Improvvisamente, al lieve sussulto abituale, si accorgono che Josefa sta per riprendere vita. Il suo viso disfatto lascia intuire ciò che ha visto e sofferto. Ad un tratto, portando vivacemente la mano al petto grida: «Chi mi brucia?». Ma non vi è nessun fuoco lì. L'abito religioso è in­tatto. Si spoglia rapidamente; un odore di fumo acre e fetido si diffonde nella cella e si vede bruciarle addosso la camicia e la maglia! Una larga ustione resta «vicino al cuore», come dice lei, attestando la realtà di quel primo attentato di Satana. Josefa ne è sconvolta: «Preferisco partire - scrive nel primo momento - che essere più a lungo lo zimbello del demonio!». La fedeltà divina nel manifestare tangibilmente la potenza diabolica sarà di conforto nei mesi seguenti. Dieci volte Josefa sarà bruciata: questo fuoco lascerà tracce non solo sugli abiti, ma ancor più sulle sue membra. Piaghe vive, lente a chiudersi, imprimeranno sul suo corpo cicatrici che ella porterà con sé nella tomba. Vari oggetti di biancheria bruciati si conservano ancora e attestano la realtà della rabbia infernale e il coraggio eroico che sostenne quegli assalti per rimanere fedele all'opera di Amore.

venerdì 3 luglio 2009

CHI PREGA SI SALVA , CHI NON PREGA SI DANNA

La massima del titolo è forte e diretta. Non è una nostra affermazione, ma di Sant'Alfonso Maria De Liguori, religioso napoletano di grande levatura spirituale.
Ma che cosa intendeva dire il santo partenopeo con un'affermazione così perentoria?
Potremmo affermare che il significato è proprio relativo alla vita o alla morte, non solo del corpo, ma soprattutto dell'anima. Lo stesso Paolo VI durante una sua udienza aveva pronunciato una frase del genere, affermando che tuttti coloro che non credono in Dio sono destinati alla seconda morte, ovvero alla dannazione eterna.
Frasi gravi e terribili se pensiamo che l'inferno è il luogo dell'eterno dolore e ove non esiste nessun anelito d'amore.
L'uomo è stato creato per l'Amore e non ne può fare a meno. Proviamo a pensare che cosa significa una vita senza amore! Non si tratta di una tempo che trascorre nell'indifferentismo, bensì nell'odio, perchè l'antitesi dell'amore non può che essere l'odio.
Ci viene in mente una frase pronunciata da Annette, l'anima dannta che dall'inferno ci fa conoscere il suo stato e quello dei suoi sventurati compagni. "Noi beviamo l'odio come fosse acqua" - diceva. Nell'inferno non sono che tenebre e dolore.
Ora ci domadiamo: "Come evitare di finirici?".
La risposta ce la fornisce Sant'Alfonso. La preghiera è il mezzo stabilito da Dio non solo per unirci a lui con un sottilissimo filo spirituale, ma anche quale mezzo che ci conduce alla salvezza.
Perchè pregare significa riconoscere la propria condizione di uomo fallibile che si riveste di umiltà per chiedere aiuto a quell'unico e vero Dio che ci ha creati e che non fa altro che perseguitarci con il Suo Amore.
Preghiera in formule se preferiamo, atti d'amore (ovvero pensieri santi verso Dio e i fratelli), opere di carità, offerta delle nostre sofferenze a Gesù Salvatore colui che è morto per riscattarci dal giogo del demonio al quale possiamo sottrarci solo credendo che Dio ci salva in Gesù....perchè in fin dei conti "il demonio è come un cane legato alla catena, se ti avvicini può morderti, ma se ci stai lontano non può nulla contro di te". Questa bella frse di Padre Pio ci ricorda anche un'affermazione di San Pietro il quale raccomandava: "Siate sobri e state in guardia, il diavolo vostro avversario si aggira come un leone ruggente, resistetegli fermi nella fede".

LA SACRA BIBBIA INTERATTIVA

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La versione CEI