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"Chi salva un'anima, ha assicurata la propria alla felicità eterna" (Sant'Agostino).

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Novità - Suor Pura Pagani - la suorina di Verona che faceva miracoli come Padre Pio

giovedì 30 aprile 2009

L'ALDILA' E' UNA CERTEZZA

La morte ineluttabile

L’uomo comprende, nel profondo di sè, che la morte presto o tardi lo toccherà; egli conosce l’ineluttabilità del morire e possiede la nozione di eternità. La nostra coscienza penetra solo parzialmente il significato delle cose ultime e sembra piuttosto nascondere, celare, mimetizzare ciò che inevitabilmente un giorno ciascuno di noi dovrà sperimentare.
La morte nelle società attuali è stata cancellata dall’efficentismo e dal materialismo, l’uomo vuole dimenticarla, nasconderla, perwino sopprimerla o fingere che non esista.
“Nel parlare sul tema della morte - scrivono Norbert Greinacher e Alois Muller - i cristiani incorrono nel pericolo di saperla troppo lunga, di proporsi come persone troppo competenti sull’argomento. Bisogna che si pongano invece in atteggiamento di ascolto, perchè l’umanità stà facendo esperienza del fenomeno della morte da migliaia di secoli, mentre il cristianesimo “soltanto” da duemila anni a questa parte...” (Concilium 4/74, pag.17 Queriniana Brescia).
Johann Hofmeier, afferma che “i critici della vita sociale parlano di un nuovo modo di esistenza in un mondo in cui, a seguito di un totale rivolgimento, si potrebbe giungere alla soppressione della morte...Le società d’oggi, scrive ancora Hofmeier, “condannano la riduzione della morte a tabù e l’esilio della società cui è costretto il morente. Più ancora la privatizzazione e commercializzazione dell’atto del morire, con la conseguente insicurezza ed assenza di aiuto in cui viene a trovarsi l’uomo d’oggi in rapporto a colui che stà per morire.(Ibidem, pagg.21, 22).
Oggi la morte è vista come un tabù, come una realtà cruda da dimenticare, perchè a discapito della realizzazione terrena dell’uomo. Davanti ad essa cè imbarazzo, disgusto, dimenticanza. Conta solo la vita quella terrena, ben pochi pensano ad essa come un passaggio alla vita vera, quella eterna.
Contrariamente a quanto pensano gli uomini con il loro tecnicismo e l’elisir di lunga vita, “non siamo diventati eterni, neppure nell’era dei prodigi tecnologici”. (Scomessa sulla morte, Vittorio Messori, pag. 15. Sei Internazionale). Il noto scrittore cattolico afferma che considera morboso non occuparsi della morte, ignorarla, tacerne, come è di moda oggi.

La morte come tabù

E dice ancora che “aiutare la morte ad uscire dal nascondimento significa aiutare la vita” (Ivi, pag.15). Nulla di più vero e cita alcuni pensatori “eterni” come Ariès che afferma: “Dimenticare la morte e i morti significa rendere un pessimo servizio alla vita e ai vivi”. Oppure Jung, noto psicanalista: “Un uomo che non si ponga il problema della morte e non ne avverta il dramma, ha urgente bisogno di essere curato”. Ed ancora il buon Pascal che lascia sgomenti con i suoi pensieri: “Gli uomini, non potendo guarire la morte e sperando di essere più felici hanno deciso di non pensarci. E’ tutto ciò che hanno saputo escogitare per consolarsi. Ma è un rimedio ben misero perchè invece di affrontare il male, non vuole che nasconderlo fino a quando si può”.(Ivi, pagg.16, 23).
Ed invece come giustamente afferma Messori, la morte “non è una fastidiosa formalità alla quale adempiere un giorno remoto: ma una realtà quotidiana, la possibilità di ogni istante”.
Frase terribile se vogliamo, ma assai saggia ed illuminata. E’ a questa realtà che l’uomo d’oggi sfugge, credendo di poterla sempre rimandare a momenti più consoni ai suoi umori passeggeri, illudendosi di poterla stigmatizzare con vani sogni di gloria, oppure esorcizzare con un atteggiamento efficientista, scevro dalle responsabilità che essa comporta.
Le scritture sacre, i testi canonici, sono infarciti di frasi del tipo: “Vigilate”, “Non sapete quando verrà”, “Non fatevi trovare impreparati”, “Non lasciate che la morte vi colga come un ladro di notte”, “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”.
Questi continui ed insistenti moniti, che appaiono a qualcuno anacronisitici, hanno una loro ragion d’essere. Non se ne sarebbe trattato così ampiamente se realmente il problema non fosse stato urgente ed importante.
Il destino eterno dell’anima, mi pare un’argomentazione più che sufficiente per potersi prendere la briga di fermarsi un attimo a pensare a quella che molti definiscono una terribile realtà, il vero dramma della vita, la possibilità di ogni istante. L’uomo, afferma Messori, citando uno studio di Jung, ha due problemi, o meglio due angosce di base: quella della follia e quella della morte. Proprio per questo motivo si cerca di rimuoverla, perchè agisce sulla coscienza umana, sulla psiche in modo intollerabile. In che modo? Protestando contro essa ad esempio. “Far figli - afferma ancora Messori - è da sempre, ed è ancor oggi, una protesta contro la morte”.(Ivi, pag.33).
Un modo per rimuovere quest’angoscia, ma non per risolvere il problema. E’ come curare i sintomi, ma non fare nulla per sconfiggere gli agenti patogeni della malattia; l’uomo genera altre vite, un altro modo per stigmatizzare l’angoscia della morte: per dimenticare la morte, ignorarla, far finta che....non esista. Taluni, quando si trovano a tu pe tu con la morte vi si ribellano contro, non l’accettano come compagna dell’ultimo viaggio, preferirebbero una avvenente ragazza con capelli biondi e occhi azzurri, una fatina con i capelli turchini, un angelo, forse anche un demonio, qualsiasi cosa, ma non la maschera scheletrica e lo spauracchio con la falce e il mantello.
Per molti è così che appare, perchè essi cadono in un errore di base. La si crede la fine di tutto, il compimento di un viaggio spesso lasciato a metà, che non ci ha soddisfatti, che non ci ha permesso di esaudire tutti i desideri che avevamo nell’animo. La morte - dicono costoro - ci costringe ad abbandonare beni materiali e affetti ai quali non vogliamo, nè sappiamo rinunciare.

Pregiudizi sulla morte

I pregiudizi sulla morte sono tanti, nessuno guarda ad essa con la serenità necessaria per compiere l’ultimo viaggio terreno, ma il primo in una vita che sarà come ciascuno di noi l’avrà costruita nel mondo. La maggior parte degli uomini (sich!) non crede ad una vita dopo la morte, ecco perchè essa è vista con sospetto e diffidenza. Il terrore poi di dover compiere questo viaggio da soli (lo dico perchè a lungo è stata anche una mia paura), atterrisce al punto tale che è preferibile dimenticare quel momento. Eppure la morte è sempre in agguato: malattie, armi nucleari, conflitti di ogni tipo nel mondo, catastrofi naturali, terremoti, “l’apocalisse - dice Messori - è oggi una fondata ipotesi scientifica, non solo una prospettiva religiosa”.(Scommessa sulla morte, op.cit.pag.39). La vita terrena, per gli uomini d’oggi, come per quelli di ieri, è piena di sofferenza e tribolazione, a che serve - argomenta qualcuno - pensare ad altre sofferenze, quelle della morte?

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